Salvatore, 76 anni, vecchio lo è diventato nel carcere di Opera, ci è entrato a 42 anni ed ora è finalmente fuori, scarcerato per fine esistenza. Ammazzato dal coronavirus. 34 anni di galera per la gioia dei fan della certezza della pena. Mario, 70 anni, lungo i corridoi del carcere di Secondigliano scivolava come un treno sul binario a bordo della sua carrozzina, anche lui è fuori per sempre, liberato e ucciso dal covid. E Antonino, 82 anni, è il decano dei morti da coronavirus fra i galeotti, un titolo che da Livorno di sicuro non avrebbe voluto detenere. Negli istituti di pena italiani ci sono 809 detenuti positivi al coronavirus, e 969 infettati stanno fra i poliziotti penitenziari, penitenti di due categorie opposte costrette a convivere dentro gli stessi spazi.

Spazi che diventano sempre meno sicuri, che rischiano di trasformarsi in una trappola e stritolare i prigionieri e i loro custodi. E il ministro della Giustizia Bonafede, sempre in prima serata e in prima pagina durante la prima ondata pandemica, è svanito, abbrancato dalle nebbie della dimenticanza dopo la polemica durissima col magistrato Di Matteo sulla nomina a direttore del DAP. Come è successo all’esordio dell’infezione, che la maggior parte dei decessi si era registrata nelle case di riposo, ossia nei luoghi chiusi in cui il virus una volta entrato diventava inarrestabile fino a ghermire l’ultimo dei pazienti; così la tragedia potrebbe ripetersi nelle carceri, con la coabitazione obbligata che diventa arma micidiale nella diffusione della malattia. Carceri che sono appunto come le residenze per anziani, luoghi abitati dalle fragilità. Che è un assioma facile per gli ospizi. Ma rispetto alle carceri è un concetto che non funziona.

Si è costruito un immaginario detentivo da filmografia americana, con popolazioni detenute stilizzate da muscoli gonfi e tatuaggi trend, sempre pronte alla rissa. Invece, le prigioni italiane accolgono oltre ai delinquenti professionali, aventi anche loro il diritto costituzionale di non morire, le cornici sociali, i frammenti sparsi di una disgregazione solidale: tossicodipendenti, poveri, gente affranta e già alle corde prima del carcere. E vecchi, nel carcere ci stanno i vecchi, tanti, tanti, più di quanti ci si possa immaginare: 70, 80, pure di 90 anni. Vecchi sulle carrozzine, allettati, con tumori, problemi cardiaci, epatici. Malati, tanti malati, di morbi gravissimi che se toccati dal coronavirus cadranno come birilli. Perché il carcere italiano è così: un incrocio di vite perse, senza e con responsabilità, messe in una galassia lontana per tenere lontani mostri, a volte innocenti e a volte colpevoli delle inclinazioni umane peggiori.

Luoghi dimenticati già nella normalità, che ora, nel terrore che attanaglia gli stanti fuori, sono i lucidi pensieri di un malato di Alzheimer. I vecchi nelle carceri, i malati nelle carceri, gli uomini nelle carceri. Loro ci stanno perché altri possano sentirsi migliori. E loro non ci staranno sicuramente fra i soggetti prioritari quando arriveranno i vaccini. Loro sì, pagano e pagheranno tutto, lo pagheranno fino in fondo. I segnali ci sono tutti, per qualcosa che non si dovrebbe pensare, che porterebbe a epoche lontane, a regimi innominabili. Ma se non ci sarà il coraggio di affrontare la questione carcere, senza moralismi, senza paura delle polemiche, Antonino, Mario, Salvatore, dai luoghi della pace e della libertà, lasciando da questa parte la vita, dovranno darsi da fare per accogliere i compagni di pena che ancora possono essere salvati.

E' uno scrittore italiano, autore di Anime nere libro da cui è stato tratto l'omonimo film.