Luoghi in cui non vorresti mai andare. Casa di reclusione, casa di riposo. Dove il termine “casa” non è focolare, non è abbraccio, non è protezione né comunità. E’ un luogo non scelto, non accettato. Vai in carcere innocente in attesa di un processo che non arriva mai, o a scontare una pena e allora puoi segnare sul muro col gessetto i giorni di non vita che passano in attesa di quelli di vita che ti attendono. Vai in una casa di riposo a trascorrere i giorni che ti separano dalla fine di tutto. Ci vai perché non sai più dare a te stesso quel che serve per esserci senza il bisogno degli altri, e perché gli altri non riescono più a contenere la tua fragilità, non ti sanno più ascoltare, e albergano in luoghi e tempi dove non c’è spazio per la vecchiaia.

Poi arriva una piccola cosa che chiamano virus e tutti si muovono come formichine impazzite, e cercano di imparare e convivere con la paura, con un’improvvisa mancanza di protezione, con una sorta di nudità che li rende simili a te, a te che sei rinchiuso perché hai peccato o che hai subìto nell’abbandono il peccato di altri. E tu che sei chiuso dentro, sei impotente come tutti i giorni, quelli che ti separano dalla libertà o quelli che ti separano dalla fine.

D’improvviso scompaiono tutti quelli che ti portavano da fuori quel pezzetto di vita che non ti appartiene più. Vengono chiuse porte e finestre delle carceri con lesta prontezza. Un po’ più tardi quelle delle case di riposo. Fuori c’è il piccolo virus appostato come un cecchino sul tetto del mondo. Per chi è “dentro” non c’è che il salto tecnologico, di tanto in tanto, nel gesto gentile di un agente o un volontario che allunga il braccio e consente al recluso di assaporare su un I phone o un tablet un finto abbraccio con un coniuge ansioso. E una mano pietosa ti mette nelle mani tremolanti, sul tuo corpo abbandonato su una carrozzina, quel qualcosa di lucido che ti mostra nipotine festanti con le loro mamme frettolose, su, saluta la nonna che dobbiamo andare.

Poi succede che nelle case di riposo, per tanti il riposo diventa eterno, definitivo e ci si domanda perché. E si pensa ai tanti, medici e infermieri e operatori sociosanitari che entrano ed escono, e poi ti toccano, ti sollevano e ti imboccano, hanno con te una relazione simbiotica fatta di corporeità e di amore. Tu sai e loro sanno che tu sei lì a passare il tempo e poi a dire addio a tutti, a quelli di dentro e a quelli di fuori che ora non ci sono più perché c’è il cecchino sul tetto del mondo, e nessuno potrà accompagnarti da nessuna parte, neanche alla cremazione.

Nelle case di reclusione c’è l’attesa. L’attesa di una boccata di libertà che arriva in tutte le parti del mondo, quelle che conosci e quelle che hai visto sull’atlante alle medie. Quei paesi di cui ti hanno detto che lì non c’è la democrazia, ci sono dittatori e guerre. E pure in quei luoghi le porte e le finestre delle prigioni si spalancano, e si manda la gente ad affrontare il virus a viso aperto, e allora puoi scegliere di mantenere il “distanziamento sociale” perché hai dei metri intorno a te. E il tuo fiato con la malefiche goccioline non si mescola più con il fiato di quelli che il destino ti ha messo sopra e sotto nel letto a castello di una celletta monacale.

E così anche tu che possiedi ancora il tuo corpo integro, che sei giovane e di notte sogni e fai l’amore col tuo corpo, cominci a pensare che non vuoi morire così, con la bestiolina portata dentro da qualcuno che non ti tocca e non ti abbraccia, ma che parla, che emette goccioline e che ti trasmette una fragilità che non credevi di avere. Guardi la televisione, vedi bare e gente che piange e tutti questi ospiti delle case di riposo che se ne vanno. Ma loro sono vecchi, pensi, è normale, è giusto che siano loro a morire. Ma poi ti guardi intorno e senti una valanga di goccioline che ti piomba addosso. E la tv dice che persino in Iraq mandano a casa i detenuti, finché c’è il virus. In Italia no, mondo boia. E senti che può capitare anche a te, non solo ai vecchi.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.