Per Goffredo Bettini, non ci sono dubbi, e intervistato dalla Stampa, ha detto: «Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è il leader più nuovo di tutti quelli in campo». E lo ha già candidato come premier della coalizione del centrosinistra per le prossime elezioni. Se si tratta effettivamente di misurare le capacità sulla novità, l’avvocato del popolo ha pochi avversari. Ma è un discorso, questo della freschezza, che Bettini non dovrebbe toccare, visto che è il deus ex machina del Pd da quando ancora non era neanche il Pd. E oggi, dopo un periodo in cui era stato tagliato fuori da Matteo Renzi, si è ripreso la scena o meglio il backstage, perché Bettini, sicuramente uno dei più colti e capaci della sua area politica, ama stare nell’ombra, dietro, ad armeggiare e decidere la linea che poi un Zingaretti qualsiasi porterà avanti. E questa volta la linea è chiara: l’alleanza politica – non di governo, ma politica! – con i Cinque stelle. Conoscendo il personaggio, è molto probabile che il pensiero non sia lineare, che la proposta non sia tanto di condivisione di principi o di valori, ma più tattica: ci alleiamo e ci mangiamo il consenso dei 5 stelle, annettendoli alla nostra forza politica.

Ma questa scelta rischia di far andare a sbattere contro un muro non i grillini, ma i democratici. Intanto perché finora sulle scelte principali la stanno avendo vinta loro. Sul Mes si tergiversa, sulla giustizia e sui migranti i Cinque stelle non hanno vinto, hanno stravinto. Li hanno totalmente stesi. Il peggiore ministro della Giustizia della Repubblica, Alfonso Bonafede, è intoccabile, sui soldi alla guardia costiera libica l’assemblea del Pd ha votato in un modo (contro) e in Parlamento quasi tutto il Pd ha votato a favore per non creare problemi all’alleanza di governo. E i decreti sicurezza? Meglio far finta di nulla sperando che i propri elettori si dimentichino, ma per fortuna non è così. C’è però chi tende a giustificare la subalternità del Pd, facendo leva sulla presenza in Parlamento: i grillini sono in numero superiore e quindi i dem sarebbero sotto scacco. Basterebbe poco per ribaltare il ragionamento: perché se cade il governo i primi che avrebbero da perdere sarebbero proprio i Cinque stelle che hanno più di un buon motivo per tenere in piedi l’attuale esecutivo. Allora perché non scendono a patti loro? Perché deve essere sempre il contrario? Bella domanda da fare a Bettini, ma bisogna stare attenti, perché a certe domande lui non risponde e se si scoccia ti butta fuori di casa: a qualche cronista è accaduto.

Il discorso va ribaltato anche dal punto di vista non solo tattico ma anche strategico. E qui purtroppo emerge la sottovalutazione di quale forza politica rappresentino i Cinque stelle. Cioè quel partito, va beh movimento, che ha creato, alimentato e diffuso i peggiori sentimenti dell’antipolitica, del giustizialismo, del moralismo e in gran parte anche del sovranismo. Non si può pensare di addomesticare una cultura politica come questa senza capirne la portata. O forse non si può fare perché quei principi, chiamiamoli così per una volta, hanno infettato anche la sinistra che senza una sua visione di come vorrebbe la società, senza una idea di mondo, rischia di farsi travolgere dalla sottocultura altrui. È questo il nodo, è questa la vera subalternità. Le scelte compiute dal governo o in Parlamento sono solo un riflesso. La vera questione è che il giustizialismo ha infettato gran parte della società e non basta, anche solo nelle intenzioni, annettere i Cinque stelle per provocare un cambiamento. La vera sfida è questa ed è una sfida a lungo termine: far rifiorire nella società i principi del garantismo, dell’antimoralismo, dei diritti per tutti. Ma per far questo è necessario avere una idea di società opposta a quella dei Cinque stelle.

La storia italiana degli ultimi almeno dieci anni, quella che ha creato il senso comune, non si può cancellare con un presidente del Consiglio che rappresenterebbe la novità. È una storia che ha segnato il modo di intendere la politica, lo stare insieme, che ha diversificato gli attori sociali in maniera impensata per chi è cresciuto con i valori della Costituzione. Non basta pensare di allearsi con i Cinque stelle per tenere a bada quella cultura politica. Il successo di Giorgia Meloni lo dimostra, un successo che peraltro non ha davanti una sinistra che lo sappia contrastare. Forse la tattica messa in campo da Bettini sarà vincente dal punto di vista elettorale (anche alle regionali) ma la società e la politica continueranno ad andare da un’altra parte senza che la sinistra abbia un progetto serio per contrastare la deriva.