C’era anche chi trai carabinieri della caserma Levante di Piacenza non voleva commettere illeciti come i suoi colleghi finiti al centro dell’inchiesta della Procura di Piacenza. Dall’ordinanza di custodia cautelare del gip Luca Milani, infatti, emerge che un giovane militare, R.B., da poco promosso maresciallo, nutriva un “forte disagio nel constatare le continue violazioni e gli abusi commessi all’interno della Caserma di via Caccialupo”. Dalle carte non emerge né che il maresciallo fosse a conoscenza di tutti gli illeciti commessi, né tantomeno di sue volontà di denunciare quello che accadeva all’interno della caserma.

Definito dai colleghi finiti in carcere come una persona “dall’atteggiamento solitario, che non fa gruppo”, il carabiniere descrive al situazione al padre, anche lui carabiniere in pensione, e in una telefonata del 4 maggio, contenuta nell’ordinanza, il militare descrive tutta al sua “delusione” per per “essere finito a lavorare in un ambiente in cui vengono costantemente calpestati i doveri delle Forze dell’Ordine, dove tutto è tollerato a condizione che vengano garantiti i risultati in termini di arresti”. Al padre, il giovane dice: “Io barro e non voglio fare un falso ideologico! … cioè .. cioè, c’è l’attestato che ho fatto in data tot qualcosa che, invece, non è neanche vero!”. E il padre gli risponde: “appunto! … e questo è un falso, si!”.

Il carabiniere si sente isolato rispetto ai colleghi, che “si gestiscono molto tra di loro”, anche dichiarando di aver fatto dei servizi di pattuglia che in realtà non venivano eseguiti. “Lo sai perché se lo possono permettere? – chiede il padre – perché portano gli arresti!”. E il figlio gli risponde: “Perché portano i risultati, lo so! Lo so!” E ancora: “Io ti faccio fare bella figura, a te colonnello ti faccio fare bella figura e ti porto uni sacco di arresti l’anno. Lavorano assai! Ma perché? C’hanno i ganci”.

Il giovane carabiniere manifesta il suo disagio al padre, dicendogli che non sa mai “come comportarsi”, perchè “non sono né carne e né pesce – si lamenta – e quindi non so come comportarmi”. Il consiglio del padre, carabiniere in pensione, è di “stare in stand-by, sperando che tutto vada bene” e il figlio si convince a lasciare ” un po’ passare così, anche passivamente, cioè -aggiunge – non prendo tanto l’iniziativa”. “Immaginando quali possano essere stati gli ideali che hanno ispirato tanti giovani a intraprendere un percorso di vita all’interno dell’Arma dei Carabinieri – chiosa il gip – fatto di rinunce, sacrifici e rischi personali, desta sconcerto apprendere con quali modalità gli indagati di questo procedimento si servissero anche dei locali della Caserma nei quali è destinata a svolgersi la loro pubblica funzione”.