Ormai non c’è più un “caso Palamara”, tanto l’hanno fatto fuori, salvo sorprese. Ma non c’è più neanche un “caso Davigo”, tanto lo stanno scaricando tutti. A questo punto c’è una questione democrazia, quella che si verifica quando a un certo punto insorgono le toghe o le divise.

Proviamo a immaginare per un attimo se all’improvviso un generale dei carabinieri, sospettato senza prove di averne combinata qualcuna, si mettesse a raccontare il Sistema delle divise fatto di accordi e intrallazzi tra tutte le correnti politiche dell’Arma. E che cosa succederebbe se poi arrivasse un capitano della guardia di finanza (magari lo stesso che aveva accusato il generale) a raccontare l’esistenza di una “Loggia dei Marescialli” che coinvolgeva mezza Italia, politici, imprenditori, magistrati, carabinieri, forze di polizia, guardia di finanza e persino agenti penitenziari? E se questo capitano, qualche suo collega volesse arrestarlo, ma altri lo considerassero un millantatore, e tutte le divise cominciassero a combattere le une contro le altre e qualcuno mandasse tutte le intercettazioni dei loro battibecchi ai giornali? E se si scaricasse su una segretaria la responsabilità della fuga di notizie e conseguente calunnia, ma poi la stessa lasciasse intendere di avere un ben sacco da vuotare? Rischierebbe di crollare il sistema Italia.

La puntata di giovedì sera della trasmissione Piazza Pulita era lo specchio di qualcosa di simile a un’insurrezione di divise. Oddio, forse più un pollaio che una caserma. L’ex magistrato Davigo, prima declassato a Piercavillo, infine, per bocca di un altro ex della procura milanese, Alfredo Robledo, ridotto a un Pieranguillo, era una specie di fantasma che aleggiava in tutta la trasmissione. Gli era stata data la prima parola, in un’intervista registrata nella sua casa milanese, la stessa in cui, si dice, sarebbe avvenuto il fattaccio, il passaggio di documenti con le deposizioni dell’avvocato siciliano Piero Amara dalle mani del pm Paolo Storari. E qui si aprono già due problemi, perché quelle carte in teoria facevano parte di un’indagine in corso ed erano secretate, tanto che l’inquirente milanese è oggi indagato proprio per la diffusione di quegli atti. Non di ricettazione, come sarebbe capitato a un comune mortale senza toga.

Davigo invece non è indagato per niente, e alla domanda del giornalista risponde indignato, ritrovando per un attimo l’antica verve di barzellettiere: figuratevi se mi spavento, ai tempi di Mani Pulite sono stato indagato 33 volte a Brescia! Se l’inchiesta sulla fuga di notizie l’avesse condotta lui siamo sicuri che avrebbe fatto battute del tipo: è ladro sia chi ruba che chi porta il sacco, e non ci sono innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca. Ma Piercavillo ha il cavillo bell’e pronto: il pm Storari non gli avrebbe dato i documenti cartacei ma una copia word senza timbri né firme. E allora? Quegli atti erano o no secretati? Era o no un reato il diffonderli e, si suppone, anche riceverli?

Il secondo problema è quello della competenza territoriale. Il procuratore capo di Milano Francesco Greco, che sta preparando una relazione con la fidatissima “aggiunta” Laura Pedio da inviare a Roma al Csm, afferma che il dottor Storari gli avrebbe detto di aver consegnato le carte a Roma. Davigo dice invece che il fattaccio è avvenuto a Milano, e sicuramente sarà così. Quindi a chi andrà l’inchiesta, al procuratore romano Prestipino (quello che Davigo contribuì a far nominare benché un tribunale abbia sancito che non avesse i requisiti) o al suo omologo bresciano Prete, cioè un ex sottoposto di Greco a Milano? Chissà come mai, qualcosa che somiglia tanto a qualche conflittuccio di interessi c’è sempre.

Un bell’intrigo di toghe. Giovedì sera erano peggio dei polli di Renzo. Palamara che ghignava nel sentire le parole di Davigo, il quale spiegava al colto e all’inclito di essersi tenute strette le carte (pardon, il word) e di non averne formalizzato la deposizione protocollata al direttivo del Csm per non “produrre guai”, perché “le strade formali avrebbero disvelato tutta la vicenda”. A questo punto l’inclito, più che il colto, potrebbe domandarsi: se ho capito bene, la segretezza da parte dei suoi colleghi viene osservata solo se si fanno loro confidenze aum aum? Se invece si percorrono le vie formali (e obbligatorie, secondo una circolare interna al Consiglio del 1994), allora le toghe si trasformano tutte nella rana dalla bocca larga? È proprio l’ex procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo, quello che uscì sconfitto da un precedente conflitto con l’ex capo Edmondo Bruti Liberati dopo un intervento del presidente Giorgio Napolitano al Csm, a tirare le sciabolate più forti.

Le affermazioni di Davigo non mi convincono per niente, butta lì. Ma per favore! Prima di tutto lui non avrebbe dovuto accettare di ricevere proprio niente, e comunque verbali o non verbali, carta o non carta, tutto questo è solo un’ipocrisia. E poi comunque, una volta ricevuti quegli atti, avrebbe dovuto subito protocollarli al direttivo del Csm. Non c’era nessun pericolo di “disvelamento”, fa poi il verso al termine scelto dall’antico collega. Poi la stilettata finale: Davigo fa il divulgatore nei fatti, e Amara è un avvelenatore di pozzi. C’è un altro nome che aleggia, e che il dottor Davigo nell’intervista non cita, se non per allusione. È quello del suo ex amico, poi diventato nemico, e infine trasformato in uno di cui si dice alla segretaria di non farlo neanche entrare nell’ufficio del Csm dove è custodito il famoso file con le deposizioni di Amara. Già, perché in quelle carte (pardon, word) c’è proprio quel nome, quello di Sebastiano Ardita, a sua volta membro del Csm. Sarebbe uno della “Loggia Ungheria”.

Ma il cenno alla sua persona è talmente strampalato e pieno di inesattezze gravi, che nessuno avrebbe dovuto prendere neanche per un attimo in considerazione quelle righe. Ardita è arrabbiatissimo con il suo vecchio amico, così impugna il telefono come fosse un’arma (di difesa) e chiama la trasmissione. Il succo della sua incazzatura è che Davigo, in quanto ex amico, sapeva benissimo che nelle parole dell’avvocato Amara non c’era nulla di vero. Ma è furibondo anche perché, a quanto pare, l’ex collega ha parlato di quelle carte con tutti tranne che con lui, “perché non mi rivolge più la parola”.

Poi la sua sentenza, lapidaria: la rivelazione del segreto è un reato. E già, l’aveva capito anche l’inclito, oltre al colto Ardita, che ci sono colpevoli che l’hanno fatta franca. Per ora. Intanto sabato pubblico ministero Storari è stato sentito dal procuratore di Roma Prestipino come indagato per violazione di segreto d’ufficio. Avrebbe spifferato da solo. E, se sarà dato credito alla relazione ormai pronta del procuratore Greco, che lo accusa di non aver rispettato le regole, il sostituto milanese rischia anche un’azione disciplinare o addirittura il trasferimento. Un’altra vittima sacrificale come Luca Palamara?

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.