Un caso da “balance ton porc”, “denuncia il maiale”, o di puritanesimo repressivo, nello stile del femminismo americano, come più volte denunciato dalla saggista italoamericana Camille Paglia? La cosa più strana, di questa vicenda che riguarda Alessia e Giuseppe, è che i due non sono una dipendente ricattata e un datore di lavoro ricattatore e molestatore, ma due affermati magistrati. E inoltre che il “processo” non si svolge in un’aula di tribunale, ma nel tempio della sacralità delle toghe, il Consiglio superiore della magistratura.

La colpa di tutto è, come ormai ogni giorno da un po’ di tempo a questa parte, di Luca Palamara e della memoria del suo telefonino che ha sputato fuori un po’ di tutto. Mancava solo “il porco”, la cui figura viene evocata in due diverse circostanze dal magistrato Alessia Sinatra, pubblico ministero della Dda a Palermo, in conversazioni e messaggi con il presidente del sindacato delle toghe, suo amico e compagno di corrente. Luca Palamara, appunto. La prima volta nell’immediatezza del fatto, nel dicembre del 2015: il procuratore capo di Firenze, Giuseppe Creazzo, mentre i due si erano trovati per caso da soli nell’ascensore di un albergo dove si teneva un convegno di magistrati, avrebbe molestato Alessia Sinatra con un gesto di esibizionismo sessuale piuttosto pesante.

Il fattaccio sarebbe rimasto racchiuso nelle confidenze che la pm aveva riservato all’amico Luca e a pochi altri intimi, se quattro anni dopo il procuratore Creazzo, appartenente alla stessa corrente sindacale di Sinatra e Palamara, non si fosse candidato alla successione del collega Pignatone al vertice della procura di Roma. Ecco che rispunta il “porco”, nelle telefonate della pm palermitana, che cerca di bloccare le aspirazioni del suo vecchio molestatore, ma che a questo punto viene anche intercettata dal trojan inserito nel cellulare di Palamara.

La storia, che pare solo un po’ boccaccesca, viene riversata, come ormai accade con monotona quotidianità in ogni inchiesta giudiziaria, sui giornali senza destare particolare scandalo. I due protagonisti sono adulti ed emancipati. Ovvio che lei sia ancora arrabbiata, il gesto di lui sarebbe stato molto volgare, se le cose sono andate come lei racconta. Ma la pm non ha presentato alcuna denuncia, cosa che avrebbe sicuramente fatto se ci fosse stata violenza. Del resto è quello che lei suggerisce sempre alle vittime, nelle inchieste di cui si occupa ogni giorno, nel suo ruolo alla procura di Palermo. Ne ha quindi fatto solo oggetto di sfoghi personali con gli amici, raccontando particolari che difficilmente potranno essere smentiti dal procuratore Creazzo, anche se lui nega con molta risolutezza che il fatto sia avvenuto.

Resta da capire che cosa sia mai venuto in mente al procuratore generale presso la corte di Cassazione Giovanni Salvi quando ha acceso i riflettori sulla storia, decidendo di mandare a giudizio disciplinare davanti alla competente commissione del Csm i due protagonisti. Tutti e due, lui per la presunta molestia, lei per una sorta di “uso politico” che avrebbe fatto dell’episodio. Con il risultato di trasformare un fuocherello in un incendio. Perché adesso il procuratore Creazzo (che ha anche presentato un ricorso per la mancata nomina alla procura di Roma) si sente a sua volta vittima e teme, con qualche ragione, di finire sul rogo di un processo sommario.

Cioè quello che la sua collega palermitana gli aveva comunque evitato non denunciandolo e neppure rendendo l’episodio di dominio pubblico. Ma è lei, qualunque cosa pensi il procuratore di Firenze, quella che oggi ne esce peggio, perché pare diventata la puritana repressiva del peggior moralismo hollywoodiano del “Me too”, quella che usa strumenti molto femminili per vendicarsi di un approccio quanto meno eccessivo e cercare di stroncare la carriera al “porco”. Così oggi, oltre a dover “ringraziare” il dottor Creazzo per le attenzioni, dovrà anche difendersi da una possibile accusa di calunnia. E “ringraziare” per le attenzioni (di altro tipo) del dottor Salvi e della commissione disciplinare del Csm.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.