Mario Fresa, il magistrato denunciato la scorsa settimana dalla moglie per averla picchiata, ha sempre avuto una particolare attenzione per i colleghi che “sbagliano”. Prima, da componente della Sezione disciplinare del Csm, giudicandoli, poi, da sostituto procuratore generale della Cassazione, accusandoli. Entrato in magistratura nel 1988, fu tra i primi a porre la “questione morale” fra le toghe, disse Mario Almerighi, suo magistrato affidatario. Impegnato nell’associazionismo giudiziario, aderì alla corrente di sinistra Movimento per la Giustizia di cui è stato per anni segretario a Roma.

La carriera correntizia di Fresa è quella tipica di tutti i magistrati destinati ad incarichi di vertice: dopo l’attività a livello locale, nel 2003 l’elezione nel direttivo nazionale dell’Anm e, nel 2006, il grande balzo come componente del Csm. Terminato l’incarico a Palazzo dei Marescialli, ecco la prestigiosa Procura generale della Cassazione. Negli anni ruggenti del Berlusconismo e dello scontro fra politica e magistratura, Fresa è in prima linea. Plaudeva alla bocciatura del “lodo Alfano” da parte della Consulta, firmava appelli di sostengo al giudice milanese del processo del caso Mills, Nicoletta Gandus, appoggiava pancia a terra i colleghi che indagavano Marcello Dell’Utri e Ottaviano Del Turco.

“Ho contributo alla deliberazione di diverse pratiche a tutela della giurisdizione dai continui attacchi e denigrazioni del Presidente del Consiglio”, rivendicava fiero in una intervista. “I problemi – aggiungeva Fresa – sorgono quando una buona parte della politica – da sempre non incline a subire un efficace controllo di legalità – si rende intollerante verso le decisioni giurisdizionali non gradite e denigra, delegittima dinanzi all’opinione pubblica i magistrati che si sono resi responsabili di decisioni non gradite, o la magistratura nel suo complesso”.

E ancora: “Il rapporto tra politica e magistratura è particolarmente inquinato e si caratterizza spesso per la “personalizzazione” delle vicende giudiziarie che porta, a volte, il potere esecutivo ed il potere legislativo ad emettere veri e propri provvedimenti legislativi “ad personam”, onde evitare non solo il ripetersi in futuro di scomode inchieste giudiziarie, ma addirittura la paralisi dei processi in corso. E’ questa una anomalia tutta italiana, che in Europa ed in altre parti del mondo viene biasimata e condannata”.

Tornando alle toghe che “sbagliano”, per Fresa il principale problema sono sempre state le garanzie. “L’efficacia della giustizia disciplinare – dichiarava severo – può essere vanificata dal concorrente ed a volte pregiudiziale procedimento penale, che può giungere dopo anni alla definitiva conclusione. In questi casi, o si assiste ad una possibile “fuga” dalla giurisdizione, mediante le dimissioni del magistrato o, in mancanza dei presupposti per l’adozione della misura cautelare della sospensione dalle funzioni, si espone per anni la collettività all’esercizio della giurisdizione da parte di un magistrato-imputato, con perdita della credibilità del magistrato stesso e con grave discredito dell’istituzione giudiziaria”.

Nel 2014 si scagliò contro Beppe Grillo, autore di un volgare post su Fb contro la presidente della Camera Laura Boldrini, firmando l’appello di Magistratura democratica, il gruppo che ora con Davigo ha la maggioranza al Csm, in cui si esprimeva “profonda indignazione e grande preoccupazione per le offese volgari e sessiste ricevute nei giorni scorsi da donne che rivestono cariche istituzionali di massima importanza: il sessismo ha radici in odiosi pregiudizi e arcaici stereotipi, si fonda su logiche di controllo e sopraffazione affatto distanti dai fondamenti della nostra democrazia. Chi ignora decenni di elaborazioni e battaglie contro la violenza, le diseguaglianze e le discriminazioni ha scelto comunque da che parte stare. Noi stiamo dalla parte opposta perché ci riconosciamo nell’art. 3 della Costituzione”.