«Il mio pio desiderio era di vincere la battaglia, il male, / la tristezza, le fandonie, l’incoscienza»: in questi due versi di Amelia Rosselli, dalla poesia Contiamo infiniti cadaveri nella raccolta Variazioni belliche, è forse racchiuso lo spirito più profondo dell’autrice, la spinta che maggiormente l’ha portata alla scrittura. Queste parole, poche eppure così importanti, fanno però anche immediatamente presagire l’ineluttabilità della sconfitta nella lotta impari contro l’intera civiltà occidentale, definita alla stregua di un «cadavere» che sta già percorrendo la via verso la distruzione («Contiamo infiniti cadaveri. Siamo l’ultima specie umana»).

Rosselli si tolse la vita nel febbraio del 1996, nello stesso mese e nello stesso giorno di Sylvia Plath, trentatré anni dopo la scrittrice e poeta americana che aveva egregiamente tradotto e commentato e a cui aveva dedicato un saggio, Istinto di morte e istinto di piacere in Sylvia Plath, dove un passaggio in particolare getta una luce oscura anche sulla sua scelta definitiva: «Che poi la ricerca artistica all’alto livello al quale portò la Plath, e a una tale intensità, sia un rischio mortale di per sé, purtroppo ogni artista lo sa bene». Un’intensità e una ricerca di simile valore sono ciò che contrassegna anche la sua opera e la sua vita, inestricabilmente legate, che vengono adesso raccontate dallo scrittore e critico Renzo Paris, autore di importanti studi su Moravia, Pasolini e Silone, in Miss Rosselli, pubblicato da Neri Pozza.

Paris, oltre a essere un grande conoscitore e interprete dell’opera di Rosselli, è stato anche un amico e confidente di Melina, così la chiama affettuosamente nel libro: Miss Rosselli infatti non è solo un racconto preciso, nitido e partecipato dell’opera della poeta, ma anche una narrazione autobiografica, dove Paris ripercorre molti momenti della sua esistenza, filtrati sia attraverso il rapporto personale con la scrittrice, fatalmente limitato, sia con la sua opera, relazione questa davvero, e fortunatamente, illimitata.  Amelia Rosselli era nata a Parigi dall’esule antifascista italiano Carlo Rosselli, raggiunto comunque in Francia dai sicari di Mussolini e di Ciano e lì ucciso con il fratello Nello nel 1940, quando la figlia ha solo dieci anni, e dall’inglese Marion Cave, insegnante di inglese e vicina ai circoli culturali di Salvemini, di cui fu anche professoressa: la fine tragica del matrimonio per la morte del padre porta la famiglia a dividersi e a muoversi tra Europa e Stati Uniti, e quando anche la madre morirà a Londra nel 1949, mentre Amelia è negli Stati Uniti, il dolore è ancora più forte, perché la bambina è adesso più cosciente di una così tragica perdita, tanto da confessare di aver perso anche la memoria a causa della sofferenza.

Questa duplice, dolorosa e ravvicinata perdita segnerà per sempre la piccola bambina: come scrive Paris: «Melina sviluppò fin da allora una specie di complesso di persecuzione che non la lasciò fino alla morte. Non si fidava di nessuno» e non si sentirà mai veramente a casa, al sicuro, incanalando in questa forzata inclinazione di apolide e orfana anche le origini ebraiche del padre. Alla fine degli anni Quaranta si trasferì a Roma, iniziando a frequentare i circoli letterari della città e pubblicando nel 1964 la sua prima raccolta poetica, Variazioni belliche. Nella sua prefazione, Pasolini scrisse che la nuova sensibilità di Rosselli scaturiva «dalla frequentazione di Campana e Montale», ma che era anche segnata «dall’esperienza musicale d’avanguardia».

Nel suo libro Paris sottolinea giustamente che questo libro, assieme a Serie ospedaliera (1969) e Documento (1976), certo tra i fiori più preziosi che Rosselli ha plasmato, lascia entrare in ognuna delle sue poesie schegge autobiografiche (le figure dei genitori, ma anche persone a lei molto vicine come il poeta e scrittore Rocco Scotellaro), componendo un mosaico complesso ma in grado di narrare il dramma famigliare che la scrittrice ha vissuto, tema che quindi segna la sua opera sin dall’inizio («Nata a Parigi travagliata nell’epopea della nostra generazione / fallace. Giaciuta in America fra i ricchi campi dei possidenti / e dello Stato statale. Vissuta in Italia, paese barbaro»).

Ricorda Paris di come la poesia sia stata per Rosselli un’esperienza totalizzante («Quasi spaccavo la macchina a volte per l’intensità con cui scrivevo») e come per lei il pensiero di una morte prematura fosse parte del gioco di una vita resa eccezionale proprio dalla presenza ingombrante e pervasiva della scrittura («Amelia aveva un’idea alta della poesia, che la obbligava al sublime, severa come il suo Dio primitivo [Rimbaud], che pretese infine il sacrificio della sua vita»), una scrittura che «non si addice alla vita normale, quella di tutti i giorni» e che finisce per sovrapporsi e dominare, inesorabilmente, l’esistenza. In Miss Rosselli, una sincera e lunga lettera d’amore, Paris riesce a fuggire ogni mitizzazione della grande scrittrice e a restituire le complessità e le spigolosità della sua persona, scrivendo il ritratto di una donna divorata da sempre dal demone della poesia.