L’hanno dipinto prima come un colluso con la camorra e poi come un corrotto. Proprio lui, indicato da un fratello del boss Michele Zagaria come nemico del clan e divenuto ben presto un simbolo della lotta alla criminalità. Dopo un’inchiesta durata più di cinque anni, però, sono stati proprio loro a chiedere che la posizione di Lorenzo Diana venisse archiviata. I pm che hanno messo sotto inchiesta l’ex parlamentare di centrosinistra sono volti noti del panorama giudiziario. Il primo è Catello Maresca, all’epoca in servizio presso la Direzione distrettuale antimafia partenopea e oggi sostituto procuratore generale di Corte d’appello in odore di candidatura a sindaco di Napoli: è lui il magistrato che, alla fine, ha chiesto l’archiviazione del fascicolo.

L’altro è Cesare Sirignano, ex membro della Direzione nazionale antimafia trasferito a maggio scorso dal Csm per incompatibilità ambientale: fatali alcune frasi sconvenienti sui colleghi, intercettate dal trojan inserito nel cellulare di Luca Palamara. A supportare Maresca e Sirignano sono stati l’ex maggiore dei carabinieri Giampaolo Scafarto e il colonnello Alessandro Sessa, recentemente rinviati a giudizio in uno dei filoni del caso Consip. Sono loro i protagonisti di un’indagine in cui è stato fatto largo uso di quelle intercettazioni a strascico che, alla fine, hanno portato all’archiviazione. Già, perché risale a gennaio scorso la sentenza con cui la Cassazione ha chiarito come le intercettazioni autorizzate nell’ambito di un procedimento per un determinato reato non possano essere utilizzate in una diversa inchiesta.

«Mi hanno colpito gli aggettivi con cui i pm mi hanno descritto – racconta oggi Diana – Hanno parlato di me come di una “persona spregiudicata” e dalla “personalità doppia”, quasi come se avessero un intento moralizzante». Anche per questo motivo, a proposito di Maresca, Diana sottolinea la necessità di «una riforma che impedisca ai magistrati di candidarsi nel territorio nel quale abbiano esercitato le funzioni anche per un solo giorno». L’ex parlamentare mostra perplessità anche sull’operato degli investigatori: «Continuo a interrogarmi sulla grossolanità con la quale sono state condotte le indagini. La polizia giudiziaria, per esempio, ha ipotizzato a mio carico irregolarità nella gestione dei beni confiscati alla camorra, mentre i pm e il gip hanno successivamente riconosciuto la trasparenza della mia condotta.

È normale?». Questi elementi, a distanza di anni, spingono Diana a disegnare un ritratto della giustizia italiana per niente lusinghiero: «Qualcuno vuole far credere che tutti i cittadini siano delinquenti e che tutta la politica sia inquinata. Da qui scaturisce quella visione autoritaria della legge, presente in alcuni settori della magistratura e delle forze dell’ordine, che consente di trasformare un cittadino in prima linea contro la criminalità in un soggetto colluso con la camorra, gettandolo in un tritacarne mediatico-giudiziario. Tutto ciò è inaccettabile».

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.