Questo volume curato da Danilo Breschi – “Conservatorismo nel terzo millennio – Ipotesi a confronto (Unint University Press)” – parte da una domanda che in sé ha qualcosa di provocatorio: che cosa significa oggi essere conservatori? Le risposte sono molte. Tanto che esistono conservatori persino progressisti e conservatori ultra-reazionari: d’altronde, si tratta una categoria antica e complessa.

Il libro, collettivo e agile, prova innanzitutto a liberare il conservatorismo dalla caricatura che lo identifica con la nostalgia, la restaurazione, la destra identitaria. Tra gli autori, tutti di livello, Luca Solari, condiviso sul punto dal curatore, scrive che «un conservatore si oppone non al cambiamento, ma alla disgregazione del vivere civile». E dunque, conservare non significa necessariamente tornare indietro. Anzi, Sergio Belardinelli, nella prefazione, parte da un’osservazione quasi elementare: conserviamo affetti, istituzioni, memoria, regole, persino oggetti, perché sappiamo che le cose sono destinate a finire. Se è così, siamo tutti, in qualche misura, conservatori.

Ma qui comincia il problema vero. Che cosa bisogna conservare? E soprattutto: chi lo decide? È questo il punto più interessante del volume. Il conservatorismo non viene presentato come il partito dell’immobilità, ma come una possibile teoria del cambiamento. Non dice necessariamente «no» al nuovo: si domanda piuttosto se ogni novità sia davvero un progresso e quale sia il prezzo che una società paga quando rompe troppo rapidamente con ciò che l’ha preceduta. Osserva Breschi: «L’ “Adelante con juicio” messo in bocca da Manzoni al personaggio (storicamente esistito) di Antonio Ferrer è per eccellenza un motto conservatore (e moderato)». In questa prospettiva, il vero avversario del conservatore non è il cambiamento, ma l’idea che il cambiamento, in quanto tale, sia un bene. La questione è tutt’altro che accademica ma è quella che concerne il grado di cambiamento che una comunità può assorbire senza perdere la propria coesione – la sua “anima”, direbbero i pensatori alla Scruton.

Appunto: cosa esattamente vogliamo conservare? La tradizione? La famiglia? La nazione? La religione? Il mercato? Le istituzioni liberali? La democrazia? Non sono necessariamente la stessa cosa, e talvolta tutte queste cose entrano persino in conflitto. È qui che la riflessione sul conservatorismo smette di essere una disputa tra etichette politiche e diventa una questione autenticamente politica. Il merito del libro di Breschi sta allora soprattutto nell’aver riportato il conservatorismo dentro una discussione dalla quale per troppo tempo era stato espulso o liquidato come una semplice categoria della destra. Breschi osserva, guardando «agli errori commessi in passato (vedi il primo dopoguerra nell’Europa occidentale)» che il conservatorismo «lavora semmai preventivamente affinché il conflitto sociale non si infiammi fino al punto di degenerare in incendio». Dunque, non si tratta semplicemente di conservare il passato in quanto passato, ma conservare ciò che consente a una società di cambiare senza dissolversi. Non opporsi al futuro, dunque, ma chiedersi quale futuro valga la pena di costruire.