Salute e carcere. C’è un aspetto di questo binomio in cui si addensano le maggiori criticità. È quello della tutela della salute psichica delle persone condannate. In genere i posti nelle sezioni specializzate non sono sufficienti e i ricoveri lunghi diventano una sorta di “ergastolo bianco” come segnalato dal garante regionale dei detenuti. Pur volendo considerare una situazione (e purtroppo non dappertutto è la normalità) in cui gli stessi diritti di salute garantiti fuori vengono egualmente garantiti dentro il carcere, appare evidente che il carcere, per sua stessa natura, può comprimere diritti individuali.

La reclusione, la privazione della libertà, la condizione di dipendenza del detenuto per diverse necessità del vivere quotidiano finiscono inevitabilmente per incidere sulla sua sfera psicologica. E tutto si complica quando ci sono patologie pregresse, in quel caso la compatibilità tra carcere e salute mentale diventa davvero difficile. «Nonostante i ripetuti richiami degli organismi internazionali, che rispecchiano peraltro l’ispirazione originaria della riforma sanitaria – si legge nella relazione del garante regionale dei detenuti – prevale l’idea che la tutela della salute mentale equivalga ad assicurare solo servizi psichiatrici specialistici, in linea con la più generale tendenza a confondere la salute con la sanità». I dati dell’ultimo anno aiutano a comprendere le dimensioni del problema.

Almeno un migliaio di detenuti con disagi mentali si trova negli istituti normali e 1.200 detenuti sono in istituti specifici. In carcere le patologie più diffuse sono schizofrenia e disturbi psicotici (in genere relativi a situazioni precedenti alla detenzione), disturbi dell’umore (frequente la depressione come reazione allo stato detentivo), disturbi d’ansia e psicosi indotte dall’uso di particolari sostanze. Non mancano casi di disturbi della personalità nei confronti dei quali il trattamento in carcere appare più complicato. Quando il governo ha provveduto a svuotare gli ospedali psichiatrici giudiziari per riportare la gran parte die malati in carcere, all’interno degli istituti di pena sono state attivate sezioni specializzate. A Napoli è il carcere di Secondigliano a ospitare un’articolazione di salute mentale con diciotto posti letto. La durata media del ricovero oscilla tra uno e cinque mesi, se non addirittura anni.

«Tali situazioni – spiega il garante Ciambriello nel report annuale – non solo rischiano di acutizzare e cronicizzare le stesse manifestazioni psichiche dei detenuti degenti ma impediscono un corretto usufrutto da parte degli altri detenuti che in media superano di gran lunga la capacità dei posti all’interno di tali reparti speciali». Le sezioni cliniche di salute mentale dovrebbero funzionare come luoghi transitori, per preparare programmi terapeutici e riabilitativi da eseguirsi sul territorio. «Di fatto invece – si denuncia nel report – i detenuti che transitano in questi spazi vi restano in maniera cronica, quasi a ripetere la triste situazione di un ergastolo bianco».