Mi accodo volentieri al ragionamento che Giuseppe De Rita ha fatto l’altro giorno su questo giornale rispondendo alle domande di Aldo Torchiaro, così come con altrettanta convinzione vorrei sottoscrivere la sua previsione sulla prossima scadenza che attende la politica della singolarità e quella dell’opinione. Due rappresentazioni di un medesimo mutamento che negli ultimi tre decenni ha stravolto l’essenza stessa della leadership politica, a tutti i livelli istituzionali, e al contempo ha modificato la genetica della relazione tra queste e i cittadini.

Un rapporto che oggi si manifesta e si consuma prioritariamente e quasi esclusivamente nella dimensione digitale, piuttosto che fisica. La community ha rimpiazzato l’agorà e il like ha annientato prima la parola, poi la delega e infine il voto. Eppure, a dispetto della mia professione di comunicatore politico, sono tra coloro che contano con ansia il passare dei giorni in attesa di un ritorno “da qui al 2032 della politica della normalità. Una politica – come precisa ancora il fondatore del Censis – meno spettacolare e più fondata sulla mediazione sociale”, quindi affrancata dall’illusione dell’audience, che le piattaforme le regalano a mani basse e, solo all’apparenza, senza chiedere nulla in cambio.

Purtroppo, a me pare che l’ottimismo di De Rita rischi di infrangersi sugli scogli di un realismo che racconta invece quanto il tempo della singolarità e della politica d’opinione abbia ancora molta strada da percorrere. Adesso, per quanto il mio osservatorio quotidiano sia inevitabilmente viziato da una miopia del mestiere che condiziona la lettura dei fenomeni, credo che la corrente di risacca sia alquanto debole. Anzi, per dirla tutta, credo che un ritorno al passato sic et simpliciter sia nei fatti impossibile, una suggestiva utopia. La società dell’attenzione flagellata dalla peste info-demica predilige non solo la “costruzione comunicativa”, ma peggio una comunicazione instant, che consuma la sua narrazione in dieci secondi: la realtà che si fa reel, più che storia. E la politica che ha fatto i conti con la piattaformizzazione del pensiero e che pretende di dettare l’agenda di un dibattito pubblico volatile non può fare a meno del tempo breve per raccontarsi o guidare i processi sociali.

Il candidato e il leader algoritmico sono già tra noi

Il rischio paventato da De Rita di una comunicazione che, privata del necessario apprendistato culturale e formativo, nel lungo periodo perda la sua efficacia e ci consegni una classe dirigente inadeguata, è sotto gli occhi di tutti. Anzi, è molto più di un rischio. In questa recente campagna elettorale per le amministrative, ma già nelle scorse regionali, c’è stato un ulteriore consolidamento della politica d’opinione, confermata dallo sbarco in massa dei candidati su TikTok e dall’utilizzo di video, grafiche e testi generati dalle app di Intelligenza Artificiale generativa. Il candidato e il leader algoritmico sono già tra noi. La speranza da coltivare se puntiamo a salvarci è un’altra, e sulla quale la classe dirigente del terzo decennio del XXI secolo dovrà misurarsi con una sfida affatto semplice: costruire una comunicazione della responsabilità che mette all’angolo la comunicazione dell’hype.

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Domenico Giordano è spin doctor per Arcadia, agenzia di comunicazione di cui è anche amministratore. Collabora con diverse testate giornalistiche sempre sui temi della comunicazione politica e delle analisi degli insight dei social e della rete. È socio dell’Associazione Italiana di Comunicazione Politica. Quest'anno ha pubblicato "La Regina della Rete, le origini del successo digitale di Giorgia Meloni (Graus Edizioni 2023).