"Manca profondità ma il ciclo della politica-pop sta finendo"
Giuseppe De Rita e la crisi della classe politica: “Meloni, Schlein, tutti inseguono il sondaggio. Se poi a Venezia il Pd fa persino i volantini in bengalese…”
Con Giuseppe De Rita, fondatore del Censis e studioso da decenni di trasformazioni, analizziamo la crisi della classe dirigente italiana,
Professor De Rita, le amministrative sembrano aver certificato la crisi della classe politica, soprattutto a sinistra. È così?
«È una crisi generale, che riguarda tutti. Non soltanto la destra o la sinistra. Il vero problema è che oggi la classe dirigente non riconosce più le proprie radici culturali e storiche. Una classe dirigente si forma se ha memoria di sé stessa, se sa da dove viene, se sviluppa continuità. Oggi invece tutto si consuma nell’immediatezza».
La destra governa ma sembra ancora fragile sul piano della costruzione di una classe dirigente stabile.
«Normale. La destra italiana ha radici meno profonde rispetto ad altre culture politiche. Per questo ha un compito più difficile. Ma anche la sinistra sembra aver smarrito il rapporto con la propria storia. Oggi la classe dirigente progressista a chi si collega? Quale asse storico, culturale, sociale interpreta? A Venezia il Pd ha fatto persino volantini in bengalese. Ma se non ti ricolleghi alla tradizione della città, ai suoi imprenditori, ai suoi intellettuali, resti estraneo alla realtà politica».
Sta dicendo che la politica è diventata superficiale?
«È diventata politica d’opinione. Tutti vivono dentro il flusso dell’opinione pubblica. Il Presidente del Consiglio, la segretaria del Pd, tutti inseguono il sondaggio, l’onda del momento. E così si perde il senso della profondità storica. Persino figure culturali importanti finiscono in televisione a discutere di Garlasco perché l’opinione vuole quello».
Però alcuni leader continuano a vincere nelle loro città. Penso a Vincenzo De Luca o a Vladimiro Crisafulli.
«Perché hanno costruito una storia. Possono piacere o meno, ma non sono improvvisati. De Luca può essere considerato persino un “cacicco”, ma ha una profondità storica evidente. Crisafulli è la storia stessa di Enna. In quei casi la gente percepisce che non sta parlando con figure nate ieri mattina».
Anche a Venezia ha vinto un giovane quasi sconosciuto a livello nazionale. C’è fame di novità?
«Sì, ma attenzione: non basta essere giovani. A Venezia ha funzionato un candidato rimasto civico, non completamente assorbito nella politica d’opinione. Gli elettori cercano freschezza ma anche autenticità».
Lei insiste molto sul concetto di profondità storica. Come si costruisce oggi?
«Con il lavoro e con la trasmissione tra generazioni. Oggi nessuno riconosce più il valore del “prima di noi”. E invece tutto nasce lì. Se vuoi essere classe dirigente devi sapere chi c’era prima e capire cosa trasmettere a chi verrà dopo».
Sul Pd guidato da Elly Schlein lei vede un eccesso di movimentismo?
«Mi sembra un partito che prova a reinventarsi censurando il proprio passato. Schlein punta molto su codici nuovi, linguaggi nuovi, simboli nuovi. È legittimo. Ma la gente vuole capire da dove vieni. Se non dici da dove vieni, non si capisce dove stai andando».
Lei parla di una lunga stagione dominata dai “leader singolari”. Che significa?
«Che negli ultimi trent’anni abbiamo premiato figure sorprendenti, fuori schema. È una teoria che oggi ritroviamo persino nei consulenti di Donald Trump: il leader deve essere singolare, diverso da tutti, irripetibile. Trump lo ha interpretato perfettamente».
E l’Italia?
«L’Italia è stata il primo grande laboratorio dei leader singolari. Abbiamo avuto Francesco Saverio Borrelli e Antonio Di Pietro con Mani Pulite, Silvio Berlusconi, Umberto Bossi, Beppe Grillo. Tutti leader inattesi, di rottura ma capaci di catalizzare consenso grazie alla loro eccezionalità».
Anche Meloni e Schlein rientrano in questo modello?
«Certamente. Meloni ha saputo sfruttare al massimo la propria singolarità politica: la ragazza della Garbatella, quella del 3%, quella che distribuiva volantini. Ha costruito una narrazione fortissima. Anche Schlein è una leader singolare. Forse troppo singolare. Non ha ancora una struttura storica intorno a sé. Rischia di restare soltanto una figura effimera».
E Silvia Salis?
«Silvia Salis è meno “singolare” di altre figure oggi sulla scena politica, ma resta comunque una candidata costruita sulla singolarità. Viene dal mondo dello sport, è stata proposta rapidamente e ha vinto contro un candidato più paludato. È il segno dei tempi: oggi si cercano figure percepite come fresche, nuove, non compromesse».
Però lei sembra diffidare di questa costruzione rapida della leadership.
«Sì, perché non ci si improvvisa classe dirigente. Non ci si candida a guidare una città o un Paese senza una lunga gavetta, senza un rapporto con una storia politica, sociale, culturale. Il rischio è che la politica diventi soltanto costruzione comunicativa. E la comunicazione, da sola, non basta a reggere nel lungo periodo».
Questa stagione finirà?
«Credo di sì. La singolarità funziona benissimo nella comunicazione, sfonda il video, domina i social. Ma produce davvero risultati storici duraturi? Io penso di no. Per questo immagino un ritorno alla normalità della politica, da qui al 2032. Una politica meno spettacolare e più fondata sulla mediazione sociale».
© Riproduzione riservata







