Erano gli anni Sessanta, quando le principali forze politiche italiane cominciarono a parlare di “arco costituzionale”. Quella formula non rappresentava altro che una strategia per tenere lontano dal Governo il Movimento sociale italiano, partito che aveva avuto rappresentanti nell’Assemblea Costituente e che non accettava i principi dell’antifascismo sanciti dalla Costituzione del 1948. A distanza di circa sessant’anni la storia si ripete. E sarebbe comprensibile visto che la formula dell’arco costituzionale consentì effettivamente a partiti come Dc, Pc e Psi di sbarrare la strada verso Palazzo Chigi ai missini, almeno fino a quando questi non furono “sdoganati” da Silvio Berlusconi.

È logico, dunque, che forze come Partito democratico e Movimento Cinque Stelle rispolverino quel metodo politico per evitare la nascita di un Governo sovranista guidato da Lega e Fratelli d’Italia. È meno logico, invece, che il patto tra dem e grillini venga riproposto in chiave antisovranista anche a Napoli. Non solo perché Pd e M5S esprimono culture e sensibilità spesso diametralmente opposte, ma anche perché, nel capoluogo campano, il “mostro sovranista” semplicemente non c’è. Eppure è proprio questo il percorso che i due partiti hanno intrapreso in vista delle prossime comunali. L’ha ribadito Nicola Oddati, membro della direzione nazionale del Pd, parlando prima con il Riformista e poi con il Mattino: per individuare il nome del candidato sindaco, la strategia dei dem consiste nell’inserire il M5S nella coalizione che ha consentito a Vincenzo De Luca di confermarsi alla guida della Campania. «L’obiettivo è allargare il fronte antisovranista», ha spiegato Oddati. A questo schema sembrerebbe essersi “rassegnato” anche lo stesso De Luca che storicamente non è stato mai tenero con i grillini ma che adesso parrebbe quantomeno disposto a dialogare con loro.

Ed è qui che emerge la prima contraddizione. Sembra difficile, infatti, che il governatore possa motivare in modo convincente un eventuale patto con il M5S dopo aver definito «mezze pippe» Luigi Di Maio, Roberto Fico e Alessandro Di Battista e bollato come «chiattona» Valeria Ciarambino. In secondo luogo, il “pericolo sovranista” non sussiste a Napoli. A certificarlo sono i numeri: alle ultime regionali Lega e Fratelli d’Italia non hanno raggiunto il 6% dei consensi, più che doppiati da Pd e lista civica De Luca Presidente che hanno fatto segnare rispettivamente il 16,90 e il 13,30. Che cosa rappresenta, dunque, il “sovranismo alla napoletana” per il Pd? Magari il rifiuto di ospitare e integrare gli immigrati? Eppure il pm Catello Maresca, probabile candidato del centrodestra alle prossime comunali, è da tempo attivo nel terzo settore proprio con l’obiettivo di inserire gli appartenenti alle fasce sociali più deboli nel tessuto economico-sociale. Forse il Pd ritiene che Maresca sia un Salvini sotto mentite spoglie?

Ecco perché l’accordo tra dem e M5S rischia di rivelarsi la solita “ammucchiata” tenuta insieme solo ed esclusivamente dalla necessità di impedire il successo degli avversari. Una conventio ad excludendum per tenere il centrodestra lontano da Palazzo San Giacomo, però, non può bastare. A Napoli servono idee e programmi ambiziosi e coerenti. Altrimenti, dopo il decennio di de Magistris, la città continuerà a stare il giogo della politica inconcludente.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.