Non avrebbe potuto smentirsi la Corte d’Appello di Milano che, per la seconda volta, ha rigettato il ricorso presentato dalle due società Acciaierie d’Italia (AdI) e Ilva in amministrazione straordinaria, con il quale si chiedeva di sospendere la chiusura dell’area a caldo prevista entro il 28 ottobre. Parliamo dell’area dello stabilimento siderurgico di Taranto dove sono insediati i cinque altiforni. Perché era prevedibile la sentenza? Perché la medesima Corte, il 27 luglio scorso, aveva disposto la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo entro novanta giorni e, successivamente, l’11 settembre, aveva respinto la prima richiesta di sospensiva. Il 5 ottobre è arrivato il secondo rigetto. Nella nuova pronuncia, i giudici hanno scritto che il «pericolo» conseguente all’eventuale «spegnimento» degli altiforni deve cedere «rispetto al preminente diritto alla salute nell’ottica del necessario bilanciamento dei contrapposti interessi». La tutela «del diritto alla salute», infatti, è «comunque prevalente», nel rispetto dell’interpretazione data in sede comunitaria e delle stesse previsioni costituzionali.

Giacché la speranza è l’ultima a morire, AdI e Ilva hanno ora l’ultima chance: l’udienza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione è fissata per il 20 ottobre. Sarà quella pronuncia a poter confermare o modificare il provvedimento della Corte d’Appello di Milano sulla chiusura dell’area a caldo. La Cassazione dovrà misurarsi anche con i nuovi dati e non soltanto con quelli datati, soprattutto sulla questione dell’amianto, che continua a pesare sul destino degli altiforni. Se la Cassazione si pronunciasse negativamente, avremmo uno stabilimento decapitato: un corpo senza testa, con il resto ancora in vita. Il resto sarebbe l’area a freddo, ossia quella dei laminatoi. Per questa parte è entrata in ballo una cordata di quindici imprese siderurgiche, promossa dal presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, interessata a rilevarla. Ma dal dire al fare c’è di mezzo il mare. In primo luogo bisogna aspettare la decisione della Cassazione; in secondo luogo, il treno a nastri è in buono stato, mentre il laminatoio a freddo (LAF) è fermo da anni. Non è detto che la cordata non chieda una mano allo Stato: c’è da aspettarsi di tutto.

Nel caso di chiusura degli altiforni, le conseguenze sul piano industriale, economico e sociale sarebbero pesantissime. Circa 7.000 lavoratori diretti rischierebbero di finire in cassa integrazione, mentre 4.200 lavoratori indiretti dell’indotto potrebbero tornare a casa licenziati. Taranto, la città dei due mari, con lo stabilimento siderurgico a ciclo integrale più grande d’Europa, si ritroverebbe con un numero storico di cassintegrati e licenziati. E le stelle stanno a guardare. In questi anni si sono susseguite riunioni su riunioni tra governo e sindacati, in via Veneto e a Palazzo Chigi, senza risolvere alcun problema. Dopo la fuoriuscita di ArcelorMittal, il ritorno dell’impianto sotto il controllo pubblico e la nomina di tre commissari dell’amministrazione straordinaria, non si è certo assistito a miracoli. Era il governo che avrebbe dovuto imprimere la svolta, passando dal coke a due forni elettrici alimentati con DRI, con il supporto di un rigassificatore. Un progetto sul quale l’ente locale di Taranto ha detto no, senza rendersi conto dei possibili benefici. Prima di dire no, le autorità comunali avrebbero dovuto andare a Ravenna per rendersene conto.

È vero che il governo Meloni ha grandi responsabilità per essere arrivato a questo stato di crisi, rischiando la chiusura totale dello stabilimento dopo 62 anni di attività e di benessere per la città. Ma anche i governi precedenti, dal 2012 in poi, non hanno fatto meglio. Anzi, hanno contribuito ad arrivare al punto di non ritorno. Tutti a promettere, pochi a mantenere. Questo, naturalmente, non giustifica l’inquinamento e il Wind Day, quando le condizioni atmosferiche spingevano le polveri dei minerali stoccati a cielo aperto verso il quartiere Tamburi. Ragion per cui sono stati costruiti due grandi parchi minerali coperti, mentre un terzo era già presente. Va ricordato che oggi l’unico altoforno ancora a regime è l’AFO2. La sua attività è destinata a terminare e, come gli altri altiforni, dovrà essere portato in stato di preriscaldo. Non possono essere semplicemente spenti e abbandonati: anche la loro fermata richiede procedure tecniche precise.

Ma il punto politico è un altro. L’Italia non può permettersi di perdere la propria industria siderurgica senza avere una politica industriale degna di questo nome. È un paradosso che un Paese che è il secondo manifatturiero d’Europa e il settimo del mondo rischi di diventare da esportatore di acciaio a importatore, mentre l’eccesso di produzione cinese spinge sui mercati internazionali acciaio a prezzi sempre più difficili da sostenere per la siderurgia europea. Non si può lasciare che il futuro dell’acciaio italiano venga deciso alternativamente dai tribunali, dalle emergenze occupazionali o dalle cordate dell’ultima ora. Un Paese industriale ha bisogno di una politica industriale. E l’Italia, oggi, sembra averla smarrita.