Era nell’aria che la Corte d’Appello di Milano avrebbe suonato le campane a morto dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico a ciclo integrale di Taranto. La sentenza che ne dispone la chiusura entro novanta giorni segna il punto di arrivo di una lunga agonia iniziata nel 2012. Da allora l’ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia, – AdI- non ha più conosciuto pace. Proprio in questi giorni ricorre l’anniversario di quell’anno maledetto che diede avvio alla Via Crucis del più grande polo siderurgico europeo, oggi giunta al suo Calvario.

Le responsabilità sono diffuse e attraversano indistintamente governi di colore diverso. In quattordici anni nessuno è riuscito a costruire una vera politica industriale capace di coniugare produzione, ambiente e occupazione. Al contrario, si è assistito a un susseguirsi di decreti, commissariamenti, bandi, promesse e rinvii che hanno progressivamente svuotato lo stabilimento, fino all’attuale epilogo. I sindacati metalmeccanici hanno fatto quanto era nelle loro possibilità, ma non hanno più avuto quella forza contrattuale che caratterizzò una stagione irripetibile. C’erano Bruno Trentin, Pierre Carniti e Giorgio Benvenuto, dirigenti capaci di mettere in difficoltà i governi e di portare centinaia di migliaia di lavoratori nelle piazze.

Le tute blu attraversavano Roma battendo sui bidoni di ferro, simbolo di una classe operaia che produceva ricchezza e sviluppo per l’intero Paese. La popolazione li applaudiva perché sapeva che dietro quelle manifestazioni c’erano il lavoro, l’industria e il futuro dell’Italia. Non bisogna dimenticare che la Puglia, grazie all’Italsider prima e all’Ilva poi, raggiunse livelli di sviluppo industriale paragonabili a quelli delle regioni più avanzate del Paese. Era la stagione della “Taranto da bere” e dei “metalmezzadri”, felice definizione coniata da Walter Tobagi dopo la sua visita allo stabilimento, dove osservò come gli operai dell’Italsider avessero livelli di produttività e di presenza superiori a quelli di molti altri grandi gruppi industriali.

Dal governo Letta in poi la storia è stata un susseguirsi di occasioni perdute. I governi successivi hanno navigato a vista, senza una strategia industriale. Il ministro Adolfo Urso, trovatosi fra le mani il dossier più difficile dell’industria italiana, ha annunciato più volte nuovi investitori e nuovi bandi di vendita, dall’interesse di Baku Steel a Jindal, fino ad altre manifestazioni d’interesse, senza che nessuna producesse una soluzione stabile. Molte aspettative, pochi risultati. Ancora più contraddittoria fu la stagione del governo Conte. Il Movimento 5 Stelle era nato proponendo la chiusura dell’Ilva e immaginando per quell’area destinazioni completamente diverse. Resta “famosa” la costruzione nell’area dismessa di Disneyland. Successivamente raggiunse un accordo con ArcelorMittal, facendo entrare lo Stato attraverso Invitalia, ma l’operazione non riuscì a garantire né gli investimenti promessi né il rilancio produttivo. Quando il gruppo franco-indiano decise di sfilarsi, lo stabilimento tornò interamente sotto controllo pubblico, affidato a una gestione commissariale. Nel frattempo la situazione degli impianti continuava a deteriorarsi.

Decenni di manutenzione insufficiente hanno trasformato uno dei simboli dell’industria italiana nel mondo in un impianto sempre più fragile. Per lungo tempo è rimasto operativo soltanto l’Altoforno 4, con una produzione ridotta a circa due milioni di tonnellate annue. Il tentativo di riavviare l’Altoforno 1 è stato vanificato dall’incendio del crogiolo e dal successivo sequestro disposto dalla magistratura. A ciò si sono aggiunte le tragedie sul lavoro, con la morte di due operai, che hanno riproposto il tema della sicurezza come questione irrisolta. In questi anni non sono mancati gli scontri tra il ministro Urso, il presidente della Regione Michele Emiliano, le organizzazioni sindacali e gli enti locali sul progetto della riconversione attraverso i forni elettrici e la produzione di acciaio verde.

Molti annunci, molte polemiche, ma poche decisioni concrete. Nel frattempo il Ministero dell’Economia, pur sostenendo finanziariamente l’azienda, non ha mai dato l’impressione di voler investire con convinzione nella ricostruzione di una grande siderurgia pubblica nazionale. Se si dovesse stilare una graduatoria delle responsabilità, il primo posto spetterebbe alla politica. In particolare ai governi Conte e Meloni, incapaci di definire una strategia industriale all’altezza della sfida. L’Italia sta passando, sotto i loro occhi, dalla condizione di esportatore di acciaio a quella di importatore, con un progressivo processo di deindustrializzazione che rischia di diventare irreversibile. Al secondo posto vi è la magistratura.

Le sentenze devono garantire il rispetto della legge e la tutela della salute, ma le grandi crisi industriali non possono essere risolte esclusivamente nelle aule giudiziarie. Quando manca una scelta politica, la decisione dei tribunali finisce inevitabilmente per determinare la chiusura degli impianti e l’aumento della disoccupazione. Anche l’Unione europea porta una parte di responsabilità. L’applicazione di politiche ambientali spesso prive della necessaria gradualità ha finito per mettere in seria difficoltà la siderurgia a ciclo integrale europea, senza che fosse predisposto un piano industriale capace di accompagnarne la trasformazione.

Che cosa accadrà ora?

La sentenza della Corte d’Appello dispone la chiusura definitiva dell’area a caldo entro novanta giorni. Rimane l’area a freddo, sulla quale il Governo, in un pianto di coccodrillo, punta a una cessione ai privati, aprendo però una nuova stagione di tensioni sindacali. Se dovesse concretizzarsi lo scenario dello spezzatino di Acciaierie d’Italia, gli occupati diretti si ridurrebbero a circa 2.550 unità, mentre oltre seimila lavoratori resterebbero in cassa integrazione. Ancora più drammatica sarebbe la sorte dell’indotto: centinaia di imprese creditrici dell’ex Ilva rischierebbero la chiusura definitiva, trascinando nella crisi migliaia di lavoratori.

Così, all’inizio del mese di agosto, la sentenza della Corte d’Appello di Milano rischia di segnare il de profundis della siderurgia pubblica italiana. Se il Governo non saprà costruire rapidamente un progetto industriale credibile, la chiusura dell’area a caldo non sarà soltanto la fine di un impianto, ma il simbolo della rinuncia dell’Italia a una delle sue storiche industrie strategiche. Lo spezzatino di Acciaierie d’Italia non rappresenterebbe una soluzione, bensì la certificazione del fallimento della politica industriale nazionale. Tarando come Bagnoli, anzi, peggio.