Dopo la morte di Giulia Maria Crespi, a legare la sua storia a quella di una classe sociale e al suo ruolo nella storia del Paese non è stato un saggio politico, né un impegnativo scritto sul peso delle famiglie della grande industria nella nostra storia, bensì un necrologio. Cosa curiosa e insieme un piccolo segno dei tempi. Giovanni e Elena Bazzoli hanno ricordato l’amica scomparsa e le sue doti personali, ma insieme hanno voluto connettere quella storia personale a un protagonista sociale e culturale, la borghesia lombarda. Hanno scritto infatti i Bazzoli: «La sua scomparsa priva l’Italia di una voce autorevole, rappresentativa della grande e illuminata borghesia lombarda, tenacemente impegnata a difendere i valori di un progresso civile e giusto». Che la Crespi abbia teso a perseguire questi ideali si può riconoscere, che questo sia stato l’impegno sia della borghesia nazionale che di quella lombarda non si può proprio dire. In realtà, i problemi sono due, anche ad assumere la scomparsa della Crespi come un passaggio storico del Paese. Il primo riguarda il giudizio sulla borghesia italiana in tutto il Novecento, il secondo se si possa parlare ancora di una borghesia nazionale.

Non è questa la sede di un grande cimento interpretativo sulla storia del Paese e delle sue classi sociali, ma qualcosa si può incominciare a vedere proprio attraverso il rapporto tra una grande famiglia della borghesia industriale lombarda, i Crespi, e il giornale che ha voluto di quella borghesia essere la voce: Il Corriere della sera. I Crespi sono certo un filo che annoda una lunga storia, a partire da quando grandi produttori di cotoniere, fondano, sull’esempio inglese, uno dei primi villaggi operai, quello di Crespi d’Adda, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. In quegli stessi anni nasceva e si afferma Il Corriere della sera. Del rapporto tra la borghesia industriale e agraria e il fascismo parla la storia. Qui possiamo solo ricordare che a licenziare il mitico direttore del Corriere, Luigi Albertini, sull’esplicita richiesta del regime a cui Albertini resisteva, fu Il Corriere della sera di proprietà della famiglia Crespi.

La lunga dipendenza complice con il fascismo si produsse fino alla fine della Seconda guerra mondiale. La discontinuità avvenne sulla spinta della grande rottura, la Liberazione, la vittoria dell’antifascismo, eppure essa durò lo spazio di un breve mattino. In quel breve mattino, la direzione di Mario Borsa, che era vicino al partito d’azione, schierò Il Corriere a favore della nascita della Repubblica, con cui la parentesi si chiuse. I Crespi, tornati alla proprietà del Corriere chiamarono alla sua direzione Missiroli. La piccola borghesia lombarda e nazionale trova così la sua voce più profonda, cinica, antioperaia e anticomunista. Gli “illuminati” sono rinchiusi in spazi minoritari e spesso silenti. Un lungo ciclo, così lungo da sembrare una vera e propria vocazione della borghesia italiana, quella conservatrice e reazionaria occupa tutti gli anni Cinquanta.

Sempre usando il binomio Crespi-Corriere come cartina di tornasole, la rottura sociale, politica, culturale del Biennio rosso, il ‘68-‘69, provoca un sommovimento che non lascia nulla com’era prima. La borghesia, in particolare quella milanese, ne è scossa profondamente e una proficua divisione disloca, soprattutto a Milano, le sue forze importanti sul fronte del cambiamento. Il Corriere ne dà conto: Giulia Maria Crespi, assunta nel governo, ne vuole fare lo specchio di quella che si vorrebbe «la grande e illuminata borghesia lombarda», come diceva Bazzoli. In particolare, il Movimento studentesco e le grandi lotte operaie mettono in moto un processo che disloca, diversamente dal passato, una parte assai importante della borghesia milanese, portandola al dialogo con le forze della contestazione e del conflitto. Se ancora il 12 aprile del 1968, Il Corriere è oggetto di una manifestazione di contestazione come “simbolo borghese” e se ancora dopo Piazza Fontana, il giornale insegue incredibilmente la pista anarchica, il vento sta cambiando.

Sul Corriere si possono leggere anche Herbert Marcuse, Jean Paul Sartre e persino Luigi Longo.L’affermazione di una borghesia dell’apertura porta la Crespi a dare al Corriere una nuova direzione, anche perché, dirà poi in un’intervista, «quella vecchia era troppo subalterna al potere». Il Corrierone nel 1973 cambia forma e sostanza, diventa direttore Piero Ottone, arrivano le assemblee e i comitati di redazione, nasce la loro vicinanza con i Consigli di fabbrica. Si possono leggere nelle sue pagine le inchieste sulle condizioni e la gravosità del lavoro, le inchieste sulla partecipazione operaia e studentesca e sulla prima pagina del “quotidiano borghese” appare, quasi a provocazione, Pier Paolo Paolini.

Ancora una volta, accade l’imprevisto. Una rottura radicale nella società fa avanzare nella sfera della politica un’ipotesi riformista che attrae una parte rilevante della borghesia milanese. Lo scontro sociale e demonizzato delle culture radicali sembra così aprire nello spazio politico l’attualizzazione di quel famoso discorso di Filippo Turati del 1920 sulla necessità di un’intesa per un nuovo governo del Paese tra le forze illuminate della borghesia imprenditoriale e le forze riformiste del movimento operaio. Questa volta, però, apparve subito chiaro che, per esistere, quest’intesa doveva fare appello diretto alle forze motrici del conflitto sociale, dello scontro di classe. Non è un caso che proprio da quelle forze politiche riformiste milanesi venne l’appello al movimento “Aiutateci a cambiare la società”.

La replica della borghesia conservatrice non tarderà, con la scissione dal Corriere guidata da Indro Montanelli, allusiva di un ben più grande conflitto, quello per l’egemonia: un conflitto che è durato tutto il Novecento.  E ora? Ora gli avversari storici del ‘900, la borghesia e il proletariato, sono come cavalli scossi al palio di Siena. Senza ideologia essi perdono coscienza di sé, mentre i mutamenti organizzativi, tecnico-scientifici, geo-politici ne rendono incerta e opaca la visibilità. La buona sociologia ne scandaglia le nuove forme di organizzazione, cerca i punti di forza su cui poggiare l’innovazione, e però legge anche la continuità del lungo periodo, la forza della tradizione. Ieri in Italia, i distretti industriali avevano sostituito le grandi imprese private e pubbliche nel traino dell’economia, oggi e domani, forse, lo faranno le medie imprese innovatrici e le medie città di buona vivibilità.

Ma chi guida lo sviluppo? Chi propone un diverso modello di società? Chi propone oggi a qualcuno di aiutarci a cambiare la società? E chi la può cambiare davvero? Credo proprio che bisognerebbe tornare a indagare il conflitto di classe, così come si produce su scala mondiale e nella realtà locale, e cosa esso annuncia. È ormai riconosciuto da diverse parti che la diseguaglianza è la cifra di questo capitalismo finanziario globale. La pandemia ne ha esaltato persino la percezione diffusa. Molti studiosi avevano avvertito sulla trasformazione del conflitto di classe, e anche Luciano Gallino aveva parlato di un vero e proprio rovesciamento del conflitto di classe medesimo.

Il conflitto di classe c’è. Jeff Bezos, in questo periodo di pandemia, ha guadagnato, in un secondo, il doppio di quanto un lavoratore medio prende negli Usa in un’intera settimana, e la nuova popolazione lavorativa è stata risospinta a prima della nascita del Movimento operaio e a prima del costituirsi del diritto del lavoro. Ma si può ancora parlare di una borghesia (e di un proletariato come l’abbiamo inteso)? Cultura, ideologia e coscienza di sé indurrebbero a dire di no. Non bastano, infatti, le avversità economiche (lo sfruttamento, la spoliazione, l’alienazione prodotta a costituirla), c’è bisogno di una coscienza di sé per poterlo fare. La morte della Crespi allora può aiutarci a mettere a fuoco un passaggio nella storia del Paese.

E vuoi vedere che ci aiuta ancora un passo assai celebre del Manifesto del partito comunista? «La storia di ogni società esistita fino a questo momento – scrivono Marx ed Engels – è storia di lotta di classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni. In breve, oppressori e oppressi furono continuamente in reciproco contrasto e condussero una lotta ininterrotta, ora latente, ora aperta, lotta che ogni volta è finita con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta». Nella citazione, come si vede, non appaiono quelle che sono già, quando la tesi viene formulata, i nuovi protagonisti sociali e politici del tempo: la borghesia e il proletariato. Quello che viene indicato è il processo e la sua lunga durata. Oggi, in questa contesa che si rinnova, come si chiamano i nuovi protagonisti di classe? Come ieri o diversamente da ieri? Nomen est omen.