Si aggirava una volta, ma non molto tempo fa, un aggettivo che terrorizzava le città e i borghi come la bipenne del boia. Quell’aggettivo era “borghese!”. E bisognava saperlo pronunciare. Il tono doveva esser quello del disprezzo, oppure, se riferito a un parente, della commiserazione. Il programma era compreso nel body language: il portatore insano dell’aggettivo meritava di essere eradicato e sterminato con lo stesso spirito e schifo razzista con cui i nazisti sterminavano ebrei, gitani e prigionieri russi. Noi del proletariato intellettuale e immaginario dello scorso secolo, cantavamo: «Non siam più la Comune di Parigi, che tu borghese schiacciasti nel sangue».

E poi il ca ira, ca ira, ca ira, les bourgeois à la lanterne,ca ira ca ira sa ira, les bourgeois on les pendra: un cappio per tutti i borghesi, come fece Lenin gloriandosene con l’esterrefatto Bertrand Russell, quando gli mostrava i lampioni da cui, ricordava, i borghesi avevano penzolato come frutti maturi, servitù compresa. E Prévert! Il nostro poeta incantevole e preferito: che cosa fanno i borghesi? Fanno affari, les perers font des affaires. Et les affaires sont la guère. È la loro natura: i borghesi fabbricano armi e causano guerre, schiacciano i proletari e quando questi sono lillì per insorgere, i maledetti borghesi chiamano i fascisti – le squadracce del rinnegato Mussolini – che col manganello, il pugnale e l’olio di ricino (perché pagato, s’intende) rimettono a posto il padre, il padrone, la famiglia, la classe sociale, la gerarchia. E poi basta guardare lo splendore crudele dei disegni di Grosz, un genio dadaista “degenerato” ed erotomane che dipingeva la borghesia tedesca come al ristorante: pingue, ottusa, coperta d’oro, spietata, con la gotta, sorda e cieca, turpe.

E poi il genio di Buñuel nel Fascino discreto della borghesia che cade giusto nel 1972 in piena rivoluzione (mancata) e che fa pendant con Belle de jour, una delle Catherine Deneuve più belle che mai, e prostituta borghese occasionale, dunque perversa. I nostri padri erano borghesi, parlo della mia generazione, sia che fossero di destra che di sinistra. E le nostre madri: nelle città, erano specializzate nella persecuzione sottile e perversa verso quelle che oggi chiamiamo, con rispetto, le Colf e che lei madri padrone, chiamavano “la serva”. Prova ne sia che quando Totò faceva la battuta: «Serve la serva? Altroché se serve, la serva, la serva serve», faceva ridere perché la parola era nel lessico con tutte le differenze di casta che erano razziali.

Fino agli anni Settanta c’erano ancora i contadini che non erano i farmers con la trebbiatrice o quelli dell’agroturismo, ma i figli dei figli dei servi della gleba col cranio rasato e le orecchie a sventola, illetterati appena capaci di fare la firma per andare militari. In Toscana ancora si dice: «Canini, gattini e figlioli dei contadini, sono bellini da piccinini». Ciascuno al suo posto.  E insomma negli anni Sessanta quelli di noi che erano presi dal frissòn della rivolta, della dissacrazione, si erano abbeverati da Marcuse col suo uomo unidimensionale, dallo psichiatra sudafricano David Cooper che aveva dichiarato La morte della famiglia (borghese) e anche dal mio amico Franco Basaglia che confessava il valore puramente borghese della malattia mentale, che sarebbe guarita soltanto distruggendo la borghesia rispedendole in casa i suoi prodotti patologici.

Sì, è vero: poi però a scuola avevamo mandato a memoria la lezioncina per cui la Rivoluzione Francese scoppiò perché proprio i borghesi si erano rotti le scatole di stare sotto il tacco di nobili e clero, mentre erano loro a produrre il valore aggiunto. Anche in America era successo: gente di genio come Benjamin Franklin che inventava il parafulmine mentre si faceva insegnare dal napoletano Gaetano Filangieri il «diritto a cercare la propria felicità». Un colpo di genio: non a cercare “la” felicità, che idiozia, ma il diritto per ciascuno a cercare la propria, concetto fortissimo della borghesia rivoluzionaria che entrò nella Costituzione degli Stati Uniti. Non erano forse tutti borghesi? Il generale George Washington possedeva un esercito di schiavi, era borghesissimo e proprietario terriero.

E quelli del Terzo Stato in Francia erano abbastanza sofisticati da passare il tempo giocando a tennis, che chiamavano la pallacorda e lì fiammeggiò la rivolta. Negli anni Settanta, ripeto, dare del borghese era un violento insulto e anche una sentenza. Quello definitivo che un figlio in fuga poteva lanciare ad un padre ottuso se pur laborioso. E tutto il Sessantotto e seguenti (ma anche prima, dalla Dolce Vita di Fellini nel 1960) fu un sollevamento, una insurrezione contro la borghesia, le accademie, le gerarchie, il vecchiume reazionario, seguito da un conveniente numero di eccetera.

Personalmente, ho avuto due genitori ottimi e molto fieri di appartenere alla “buona borghesia” dove buona stava per cattolica e manierata. Quando confessai a mia madre a 18 anni di essermi preso una cotta per la figlia di amici di famiglia, lei mi consigliò seriamente di parlarne col padre e iniziare le pratiche. Per forza che poi diventai un terribile estremista di sinistra e fu così che mio padre in uno sforzo borghese autoironico mi regalò il disco della Marsigliese, che imparai in tutte le strofe insieme a tutte le canzoni resistenti e rivoluzionarie, russe comprese.

Salto i tempi per arrivare al giorno in cui Eugenio Scalfari, facendomi il più utile dono della mia vita, e mi affidò un incarico: «Leggiti il carteggio dei fratelli Verri». Uno stava a bottega a Milano e l’altro girava il mondo per comprare pezze e stecche di balena, profumi e mobilia e mandava delle lettere che erano dei reportage sull’incipiente Rivoluzione francese e più che altro sull’Inghilterra. Lo divorai. Il pezzo più bello era quello dell’esecuzione di un poveraccio a Londra, colpevole di aver emesso assegni a vuoto. Lo portavano su un carro attraverso un bosco imbiancato dalla neve con i bambini che gli tiravano palle di neve cui il condannato rispondeva con palle di neve. Prima che il boia aprisse la botola, chiese di dire due parole, vado a memoria: «Concittadini, muoio soddisfatto perché è la legge che ho violato a castigarmi, e voglio incitarvi a rispettare le leggi volute dal popolo».

Un sorriso al boia, botola, e giù a ballare la danza dell’impiccato fra la commozione di tutti, con i padri che mostravano l’esempio ai figli. E, notava il Verri, non si vedeva un’arma: pubblici ufficiali di polizia, personale di giustizia, nessuno aveva un’arma. Questi inglesi sono pazzi e diversi da noi, annotava il milanese. Aveva visto un nuovo oggetto invisibile: la borghesia al potere, nel primato del Parlamento. Era come in Flatlandia, il racconto di Edwin Abbott, del tizio che viveva in un mondo piano a una dimensione che vede un punto sul pavimento che si allarga in un cerchio sempre più ampio che comincia a restringersi fino a scomparire e solo allora capisce che nel suo mondo piatto era passata una sfera tridimensionale, faccenda del tutto inaccettabile in un mondo piatto.

Ho avuto, è una mia banale esperienza personale ma è utile per spiegare quel che compresi quaranta anni fa: la percezione di aver visto una genia umana – chiamatela borghesia o come vi pare – che ha organizzato il mondo, ha organizzato la produzione della ricchezza, a cominciare da quella intellettuale e che poi si è trovata di fronte (allora) i due mostri di pietra dell’Ancien Regime, clero e nobiltà, oggi burocrazia e conservatorismo e con quelli ingaggiò il duello mortale.

Così partii per la Francia, la Borgogna di Filippo il Bello e Giovanna la Pazza, bevvi vini nelle maison di campagna serviti da dame che ricevono commensali e non clienti, percorsi quel continente e le sue letterature, passai poi all’Inghilterra, Scozia e Irlanda, tornai in Germania e naturalmente nell’Italia lombarda e manzoniana, ma austroungarica: la Milano del Seicento narrata dal Manzoni è una capitale mafiosa spagnola in cui i preti sono per lo più dei don Abbondio, l’Innominato capeggia la cupola, don Rodrigo si dà allo stupro con bande di picciotti detti bravi, fra assalti ai forni, untori, imbrogli azzeccagarbugli, fughe a Bergamo per farla franca, finché.

Finché non arriva l’Imperial Regio governo austriaco di Maria Teresa che è una grande sovrana con poteri totalitari ma di visioni borghesi: è lei che trasforma la Milano mafiosa spagnola nella Milano di oggi. Fu lei a dire: questa è una scuola dell’obbligo, questo lo spedale, qui la giustizia e qui la forca, le buone norme e la garanzia che chi ben produce sarà ben tutelato. Fu così che grazie a una operazione di conoscenza che debbo interamente a Scalfari, e un po’ alla mia voracità diventai cosciente di essere un borghese e che essere borghese è cosa ottima.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.