L’ultimo indizio può valere una prova. Più di tanti sondaggi, umori e arguti restroscena. Martedì Mariana (con una N sola) Mazzuccato, consulente economica del premier a palazzo Chigi, era audita alla Camera in commissione Politiche Ue, tema all’ordine del giorno il programma 2020 della Commissione europea. Aver convocato Mazzucato ha una doppia valenza: la professoressa di economia, italiana e con cittadinanza americana, curriculum di docenze e premi da far impallidire chiunque, è arrivata a palazzo Chigi a febbraio proprio con la mission di contrastare, da subito, gli effetti economici della pandemia. In aprile è entrata a far parte della task force di Vittorio Colao. Però è l’unica a non aver firmato il Piano dell’ex manager Vodafone. Il motivo? «Sto da tempo lavorando ad un progetto per il premier Conte insieme ad un gruppo selezionato di giovani e francamente quella è per la me la priorità». A corollario, ha anche aggiunto: «Siano onorati di lavorare per conto del professor Conte».

La confessione di Mazzuccato è troppo importante per andare perduta nelle caos di queste giornate ed è preziosa per capire cosa si sta muovendo in queste ore e giorni a palazzo Chigi dove il premier è sempre di più un uomo solo al comando e, al momento, senza una reale alternativa. La sua debolezza e la sua forza. Dunque a palazzo Chigi c’è una docente di economia con incarichi in svariate università americane che lavora ad un progetto per il presidente Conte. Un progetto a cui lavorano anche altre persone e che ha contenuti economici. E che, osservano alcuni deputati di maggioranza e di opposizione presenti all’audizione, assomiglia tanto ad una sorta di “programma del partito del Presidente”. Quel “partito” di cui si parla da qualche tempo e con insistenza negli ultimi giorni. Da venerdì scorso, per l’esattezza, da quando il capodelegazione Pd Dario Franceschini s’è presentato a palazzo Chigi e ha accusato il premier di aver lanciato gli Stati generali dell’economia per l’Italia entrata nella Fase 3 senza condividere il progetto con nessuno nel governo. «Basta kermesse, passerelle e show personali, qui servono misure serie e importanti per segnare un cambio di passo» è stata l’accusa arrivata direttamente dal Nazareno. È stato il punto più basso nella convivenza Pd e 5 Stelle nel Conte 2.

Da allora Franceschini è sparito di scena. Il segretario Zingaretti ha cercato di correggere il tiro parlando di «stimoli utili ad un lavoro di squadra che in realtà rendono ancora più forte il governo». Ma tra deputati e senatori Pd c’è preoccupazione e nervosismo. «Proprio nel momento in cui dovevamo ritrattare gli assetti interni del governo perché troppo sbilanciato verso i 5 Stelle e per questo bloccato su molti dossier – spiegavano ieri fonti parlamentari dem di ogni corrente – scopriamo che Conte fa la sua partita, convoca gli Stati generali, ha un team economico che lavora per lui a palazzo Chigi e che il ministro Gualtieri, titolare dell’economia, non sa nulla». Vedi mai che Giuseppi è stato sottovalutato?

È un fatto che nel Pd sono saltati i nervi nei giorni scorsi quando un sondaggio Quorum/You Trend per Sky TG24 ha quotato il partito del premier attorno al 14,3% dei voti di cui il 5% a spese dei 5 Stelle e la fetta più grossa a scapito del Pd visto che lo stesso segretario dem ha più volte accreditato negli ultimi mesi Conte come leader di una nuova alleanza pentapiddina in nome di un progressismo umanista.
Il paragone con il professor Monti che da premier tecnico divenne leader di Scelta civica (ottenne solo il 10%) è fin troppo facile. Adesso i tempi sono diversi. È diversa la legge elettorale – si lavora per un proporzionale con sbarramento al 5 – e il 10 per cento potrebbe significare avere o non avere la maggioranza. Diverso è il contesto. La crisi che dovette affrontare Monti non ha nulla a che vedere con quella attuale. Questa volta l’Europa c‘è, condivide l’emergenza e darà soldi. All’Italia sono destinati circa 300 miliardi tra Mes, Sure, Bei e Recovery Fund. Una sfida difficile ma affascinante che Conte ha il privilegio di affrontare da premier. Se farà male, la responsabilità sarà di tutta la coalizione. Se andrà bene, il merito sarà soprattutto suo.

Da qui il nervosismo del Pd per la fuga in avanti sugli Stati generali lanciati da Conte all’insaputa della coalizione. Da qui il fastidio delle opposizioni che proprio ieri sera hanno dato forfait: «Non saremo a Villa Pamphili, il confronto con le opposizioni si fa nelle sedi istituzionali». In realtà la villa è il luogo deputato per i vertici istituzionali, dunque molto istituzionale. Ieri sera, poco dopo le 19, Conte è uscito da palazzo Chigi per prendere un caffè. Succede quando vuole dire qualcosa senza la ritualità di una conferenza stampa. Ha spiegato la scaletta, ha annunciato che Vittorio Colao presenterà il suo piano a Villa Pamphili. Ha celiato alla domanda sul partito che vale il 14 per cento, «non sapevo di avere un partito». Ha provato a uscire da piazza Colonna per andare a prendere qual famoso caffè. Ma è stato fermato da un gruppetto di contestatori, facce già viste in piazza il 2 giugno, ed è riparato in fretta dentro palazzo Chigi. Il consenso del premier supera il 60 per cento. Ma i fischi al grido “ci hai venduto all’Europa” sono sempre un brutto segnale.