Non sarà come il 20 agosto 2019, quando con un intervento duro, senza precedenti, Giuseppe Conte archiviò l’esperienza di governo con la Lega attaccando su tutta la linea il suo ministro dell’Interno Matteo Salvini, aprendo le porte al Conte bis.

Questa volta, alla Camera e al Senato, il presidente del Consiglio non farà un “processo” al leader di Italia Viva Matteo Renzi, che ha ritirato le sue ministre Elena Bonetti (Pari opportunità) e Teresa Bellanova (Politiche agricole) innescando la crisi di governo.

Saranno questi i toni che utilizzerà l’avvocato pugliese: più ‘concilianti’, ammettendo di aver compiuto degli errori nella gestione della pandemia di Coronavirus e nella gestione di alcuni dossier scottanti come il Recovery Plan. Non dovrebbe mancare un passaggio sulla “responsabilità” del senatore di Scandicci di aver aperto una crisi politica in un momento simile, ma non ci saranno altri “sassolini dalle scarpe” da togliere.

Di fatto un discorso di apertura a chi la crisi l’ha aperta, in particolare guardando ai senatori di Italia Viva. Un appello all’unità contro la destra sovranista, una chiamata generale contro la possibilità di ritrovarsi a Palazzo Chigi forze anti-europee che l’anno prossimo potranno anche eleggere il nuovo Presidente della Repubblica.

Non mancheranno le parole rivolte ai “responsabili” o “costruttori”, il richiamo all’Unione Europea ancora una volta in chiave anti-sovranisti e a favore dei moderati del centrodestra, dei transfughi ex 5 Stelle e ai berlusconiani non convinti di seguire il duo Salvini-Meloni.

Quanto ai numeri, al Senato con IV il governo aveva tra i 165 e i 170 voti: con l’uscita dei renziani si passa a circa 151 voti, dieci in meno della maggioranza assoluta di 161. Ma al momento Conte, PD e M5S sembrano lontani dall’obiettivo e per questo il premier e i suoi alleati dovrebbero “accontentarsi” di arrivare alla maggioranza relativa, ovvero un singolo voto in più dell’opposizione.

Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.