Esistono invasioni di serie A e invasioni di serie B. Popoli che fanno notizia e altri dimenticati, sacrificabili. Si è detto e scritto: non si può non essere al fianco di un Paese invaso, di un popolo aggredito. E quello stare al fianco dei resistenti porta con sé anche la fornitura massiccia di armamenti per poter difendere al meglio la propria minacciata libertà. È l’Ucraina. E l’Armenia? Cosa ha di meno? È uno Stato aggredito dall’Azeirbajan, dove vive una parte di quel popolo che ha conosciuto nella sua storia il genocidio. L’Olocausto armeno. Eppure l’Armenia non “fa notizia”. Nessuna maratona televisiva, nessun editoriale indignato. La distrazione mediatica si accompagna a quella politico-diplomatica.

Sia chiaro. Qui non siamo di fronte all’ennesima guerra “dimenticata” . Non è lo Yemen, l’Afghanistan, la Siria. L’Armenia è membro del Consiglio d’Europa. Per storia, tradizione, cultura l’Armenia è anche Europa. Ma a Bruxelles come a Roma la memoria è labile. Colpevolmente labile. Ipocritamente labile. Perché dietro questa “smemoratezza” ci sono interessi materiali sull’altare dei quali si sacrificano principi e valori che sono a fondamento della civile Europa. In politica estera non esistono coincidenze temporali. Nel senso che non sono mai casuali. È curioso, come ha giustamente rimarcato Dario Prestigiacomo su Europa Today, che la nuova offensiva di Baku abbia “una coincidenza temporale sospetta con l’accordo sottoscritto lo scorso luglio con la Commissione europea, quando la presidente Ursula von der Leyen si recò nel Paese per stringere la mano a Ilham Aliyev, il leader dell’Azerbaigian, arrivato al potere nel 2003 dopo 10 anni di governo incontrastato del padre. (governa da 30 anni questa famiglia). Quella stretta di mano si è tradotta in aumento del 30% delle esportazioni di gas dai giacimenti azeri all’Europa attraverso il Tap: 10-12 miliardi di metri cubi diretti in Grecia e Italia entro il 2022 per sostituire le forniture russe. Inoltre, Bruxelles e Baku sono sulla buona strada per finanziare il raddoppio del gasdotto transadriatico”. Insomma, parafrasando un vecchio assunto latino, oleum non olet.

E poco o nulla importa alle cancellerie europee che l’intesa dell’Azerbaigian con l’Ue sia stata criticata dalle più importanti organizzazioni umanitarie internazionali, che da tempo documentano le sistematiche violazione di diritti sociali, politici e umanitari nel Paese. Secondo il Democracy index dell’Economist, quello di Baku è un regime autoritario che lo piazza al 141esimo posto fra i 167 Paesi analizzati per lo stato della democrazia. La Russia, per fare un confronto, è 121esima. Della infinita contesa tra azeri e armeni prova a trarre vantaggio un autocrate che sa bene come ricattare l’Europa: il presidente della Turchia, Recep Tayyp Erdogan, il “grande protettore” dell’Azerbaigian. Approfittando delle crescenti difficoltà di Vladimir Putin nella guerra in Ucraina, il Sultano di Ankara si propone, o per meglio scrivere, s’impone, anche sul fronte azero-armeno come il player centrale. Qui la partita del gas s’intreccia con le mire neo-imperiali di Erdogan. E alla partita del gas la civile Europa sta sacrificando la “pedina” armena. Perché di questo si tratta. Nell’area sta aumentando la tensione perché, con i prezzi del gas in risalita, è tornato in auge un vecchio e mai abbandonato progetto di gasdotto che colleghi il Mar Caspio e il Mediterraneo, attraverso l’Anatolia. Solo che c’è di mezzo la regione autonoma del Nagorno-Karabakh, repubblica armena autoproclamatasi indipendente nel 1991 con il nome di Artsakh. Su quella nevralgica regione Erdogan ha allungato le mani. E l’Europa lascia fare.

L’Armenia ha accusato l’Azerbaigian di preparare un’operazione militare, colpendo con colpi di mortaio e droni (di fabbricazione turca) obiettivi militari e civili. Intanto gli scontri armati al confine tra i due Paesi, cominciati lunedì notte, hanno provocato la morte di circa 100 soldati tra i due eserciti, stando alle informazioni riferite dai governi azero e armeno. I bombardamenti erano stati interrotti martedì mattina, anche se non completamente, dopo l’intervento di mediazione della Russia per concordare un cessate il fuoco. Il gas, si diceva. L’Economist ha ipotizzato che l’Azerbaigian stia approfittando dell’attuale situazione internazionale per costringere l’Armenia ad accettare un accordo alle proprie condizioni: la maggior parte delle energie e delle attenzioni della Russia infatti in questo momento sono rivolte all’Ucraina, e se le tensioni tra Armenia e Azerbaigian dovessero peggiorare, per la Russia sarebbe difficile intervenire con azioni concrete.

Gli interessi economici, “energetici”, e le ambizioni geopolitiche non spiegano tutto. Non spiegano l’odio della Turchia che con l’Armenia ha un conto in sospeso per la questione del genocidio del 1915, che Ankara non ha mai riconosciuto. Il primo del XXmo secolo. Il genocidio del 1915 iniziò a Costantinopoli nella notte del 24 aprile, nelle case degli intellettuali, degli studiosi, dei poeti. In un solo mese, più di mille intellettuali armeni furono deportati verso l’interno dell’Anatolia e massacrati lungo la strada. Arresti e deportazioni furono compiute in massima parte dai «Giovani Turchi» – organizzazione nazionalista nata all’inizio del XX secolo e salita al potere nel 1909 -. Nelle marce della morte, che coinvolsero 1.200.000 persone, centinaia di migliaia morirono per fame, malattia o sfinimento. Gli attacchi dell’esercito ottomano contro la popolazione armena e le persecuzioni sistematiche furono atroci. Alcune comunità armene cercarono di opporre resistenza, come quella della provincia di Van, sul lago omonimo, ma fu in gran parte inutile: quando le forze russe conquistarono Van, trovarono 55 mila cadaveri di armeni.

L’impero ottomano cominciò inoltre un vasto programma di deportazioni di massa: anziani, donne e bambini furono costretti a lasciare le loro case e a percorrere centinaia di chilometri a piedi per poi essere rinchiusi in decine di campi di concentramento nel deserto della Siria: la maggior parte dei prigionieri fu giustiziata o morì di stenti, di fame e di malattie. La gran parte del genocidio degli armeni si compì nel giro di un anno, tra il 1915 e il 1916, ma i massacri continuarono anche per gran parte degli anni Venti. Dei 2,5 milioni di armeni che si trovavano nell’impero ottomano all’inizio del secolo, il 90 per cento fu ucciso o deportato fuori dall’impero. Si stima che alla fine del genocidio circa un milione di armeni morì per mano degli ottomani. Adolf Hitler lo prese a canone del massacro che stava progettando: “chi parla ancora oggi del genocidio degli armeni?” chiedeva. Una ragione in più per stare oggi dalla loro parte. E a quanti hanno sostenuto, petto in fuori, “siamo tutti ucraini”, si chiede di essere coerenti e affermare, con la stessa enfasi, che oggi “siamo tutti armeni”. Non lo faranno.

 

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.