La scorsa settimana l’Armenia aveva accusato l’Azerbaigian di aver ucciso uno dei suoi soldati in uno scambio di colpi di artiglieria. Tutte menzogne per Baku, che rilancia e accusa a sua volta. E così la scorsa notte sono esplosi nuovi scontri armati con morti e feriti nel Nagorno-Karabakh, un territorio conteso dai due Stati confinanti da decenni. Il premier armeno Nikol Pashinian ha dichiarato che almeno 49 soldati sono rimasti uccisi. Si è arrivati a una tregua ma la tensione resta alta.

“Dopo le misure di risposta adottate dalle forze armate azere, le parti hanno concordato un cessate il fuoco dalle 09:00 ora locale (08:00 ora di Mosca). Allo stesso tempo, la parte armena ha violato questo accordo, ma dalle 09:15 (08:15 ora di Mosca) è stato installato il cessate il fuoco”, ha riferito l’agenzia Tass in un comunicato. La questione del Nagorno Karabakh, enclave armena in Azerbaigian, è lunga decenni e irrisolta. Baku e Yerevan hanno già combattuto due guerre per il territorio conteso: negli anni ’90 e nel 2020. La prima aveva lasciato sul terreno circa 30mila vittime.

Il ministero della Difesa azero ha accusato l’Armenia di aver bombardato la scorsa notte posizioni e rifugi nell’enclave. Il ministro della Difesa armeno, Suren Papikyan, ha dichiarato che Yerevan ha attaccato in risposta ad attacchi azeri con artiglieria e droni sul suo territorio tra Goris, Sotk e Jermuk, città al confine con l’Azerbaigian e vicine al territorio conteso. Accuse incrociate, come sempre in pratica, che ricordano al mondo l’area ad alta tensione che è questo spicchio di territorio dibattuto. Lo stesso Papikyan ha fatto sapere di aver parlato ieri sera con il Presidente Russo Putin e in mattinata con il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu e di aver concordato “misure necessarie per stabilizzare la situazione. Il Cremlino ha fatto sapere che Putin “sta facendo ogni sforzo possibile per contribuire ad allentare le tensioni al confine” tra Azerbaigian e Armenia.

Mosca è un alleato storico di Erevan, che fa parte dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (Csto) dei Paesi ex sovietici. La Russia tuttavia intrattiene buoni rapporti anche con Baku e infatti è già stata mediatrice tra le due parti. Dopo le sei settimane di combattimenti nell’autunno del 2020, l’accordo per un cessate il fuoco mediato da Mosca aveva contemplato anche l’invio sul campo di duemila peacekeeper russi per monitorare la tregua. A sostenere l’Azerbaigian è invece la Turchia che ha lanciato un appello minaccioso all’Armenia affinché “smetta subito di Provocare”.

Anche l’esecutivo dell’Unione Europea ha tenuto quattro round di colloqui trilaterali con alti funzionari azeri e armeni volti a promuovere gli sforzi di pace e ristabilire i collegamenti e a liberare i prigionieri di guerra. Durante i colloqui a Bruxelles, a maggio e ad aprile, il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev e Pashinyan avevano concordato di “promuovere le discussioni” su un futuro trattato di pace.

La storia del conflitto in Nagorno Karabakh

“Nagorno” in russo vuol dire “montagna”; “Karabakh” ha origine turca e persiana e significa “giardino nero”. L’enclave è divisa in sette regioni. La capitale è Stepanakert (53mila abitanti). Ha all’incirca la superficie del Molise. Le ragioni dello stato contestato dell’area risalgono all’inizio del Novecento e continuano con l’indipendenza di Armenia e Azerbaigian dall’Impero Russo nel 1918. Il territorio divenne parte dell’Azerbaigian, nel 1923, dopo la costituzione dell’Unione Sovietica.

Il parlamento locale dell’enclave – azera ma abitata da una maggioranza armena e cristiana, mentre gli azeri sono in maggioranza musulmani – chiese l’annessione a Erevan nel febbraio 1988. Seguirono pulizie etniche. Dopo il crollo dell’URSS, Baku si dichiarò indipendente da Mosca ma la regione non riconobbe la sovranità dell’Azerbaigian. Un’autoproclamata repubblica armena si è insediata manu militari e in sette distretti limitrofi tra il 1992 e il 1994. Circa 30mila persone persero la vita in quegli anni di conflitto. Per la comunità internazionale l’enclave è ancora territorio azero.

L’accordo di Bishkek del 1994 – raggiunto con la mediazione della Russia – ha sospeso solo temporaneamente le ostilità. La tregua è sempre fragile e il processo di pace tra i due Paesi è in stallo. Al 2016 risalgono gli scontri ricordati come la “guerra dei 4 giorni”, quando morirono circa 110 persone. Il premier armeno Pashinyan, arrivato al potere con la Rivoluzione di Velluto del 2018, aveva fatto presagire un cauto ottimismo volto al compromesso sull’enclave, tradito puntualmente tensioni che puntualmente tornano a esplodere. Il territorio dell’enclave è inoltre attraversato da importanti oleodotti che trasportano gas e petrolio.

Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.