La trasmissione Report di lunedì 4 sulla presunta “Trattativa Stato-mafia” ha suscitato, oltre allo scetticismo degli addetti ai lavori, la protesta di conoscitori della materia tra i quali i legali Francesco Romito e Basilio Milio. Abbiamo ricostruito con loro alcuni dei passaggi chiave delle principali vicende: distorsioni, interpretazioni e dimenticanze rendono incomprensibile la scivolata della trasmissione di Rai Tre.

Partiamo oggi dalle dichiarazioni di Pietro Riggio, collaboratore di giustizia. Voce narrante nel montaggio di Report: «Passiamo a Pietro Riggio, membro della famiglia mafiosa di Caltanissetta che da due anni racconta fatti inediti sulle stragi. Nel 1994 Riggio raccoglie le confidenze del mafioso Vincenzo Ferrara». Dicono si sia riferito a Marcello Dell’Utri.

Riggio: «Quello che mi fece capire è che l’indicatore dei luoghi dove erano avvenute le stragi fosse stato Marcello Dell’Utri. Parlo della strage dei Georgofili, di via Palestro, di San Giovanni al Velabro, di San Giovanni in Laterano e mi ricordo che vi fu un’espressione colorita dicendo: “ma tu t’immagini Totò Riina che dovesse dire o indicare via Palestro. Ma che sa Totò Riina di via Palestro o di via dei Georgofili. Cioè quello è un ignorante, altre cose sa fare». Qua dice: «La mente è lui» (minuti 18.45 e seguenti).
Le dichiarazioni di Riggio sono state riportate senza far emergere una circostanza di fondamentale importanza, affermata dal medesimo Riggio, il quale ha dichiarato che il Ferrara tutto quanto riferitogli su Dell’Utri per averlo appreso dal boss mafioso Giuseppe “Piddu” Madonia, con il quale era imparentato avendo il Ferrara “sposato una sorella della moglie del Madonia” (Esame Ferrara 26 ottobre 2020, p. 72).
Va detto che le telecamere di Report erano presenti all’udienza nella quale il Riggio accreditava quel rapporto di “parentela” tra Ferrara e Madonia. Gli accertamenti anagrafici, fatti dalla difesa dei Carabinieri ed illustrati all’udienza del 18 dicembre 2020, hanno dimostrato che l’unica “sorella della moglie del Madonia” non è mai stata sposata ed è ancora nubile. Ma Report ha “dimenticato” quella parte. Romito e Basilio chiosano: «Si ritiene che il servizio pubblico abbia il dovere di informare i telespettatori di tali circostanze non certo secondarie ed agevolmente acquisibili o, ascoltandole udienze registrate da Radio Radicale o – vista l’attenzione per l’audizione del Riggio -, se si fossero interpellati gli scriventi difensori». La disponibilità del collegio di difesa, comunicata a Sigfrido Ranucci con lettera Raccomandata, non è stata presa in considerazione.

Ne avrebbe guadagnato in correttezza l’informazione pubblica qualora si fosse divulgato in trasmissione che, tra l’altro, Riggio ha affermato di aver saputo dai marescialli del Ros Parrella e Del Vecchio (detenuti per un periodo insieme a lui a S. Maria Capua Vetere), presenti a Mezzojuso la mattina del 30 ottobre 1995 quando il Ros non fece scattare il blitz per prendere Provenzano, che fu Mori a non dare l’ordine. Ma Parrella e Del Vecchio erano in servizio alla Dia, all’epoca, e non erano presenti a Mezzojuso, come risulta dai documenti. Riggio ha affermato che i predetti due marescialli sono stati condannati a oltre 20 anni di carcere per calunnia ai danni del generale Mori per aver rivelato la circostanza di cui al punto che precede; ma Parrella e Del Vecchio sono stati condannati a pene molto elevate, vicine ai 20 anni, per traffico di stupefacenti, come emerso dalle sentenze prodotte dalla difesa dei Carabinieri. Dettagli, si dirà a Saxa Rubra. Certo. Come quello per cui Riggio ha deciso di raccontare certi fatti dichiarando di averlo fatto “per aver seguito il processo sulla cosiddetta trattativa”. Non proprio secondario è che lo stesso Riggio ha raccontato di aver incontrato in uno studio legale di Latina il professor Nicolò Pollari che gli avrebbe consigliato di non fare certe rivelazioni. Ma su tale circostanza è arrivata una completa smentita dallo stesso Pollari, così come dall’avvocato dello studio legale dove sarebbe avvenuto l’incontro, come risulta da recentissima inchiesta di Rainews curata dal giornalista Rai Pino Finocchiaro, che i conduttori di Report avrebbero dovuto conoscere e far conoscere.

Il giudice Giovanni Falcone e le indagini su Gladio
Durante la trasmissione il Procuratore Scarpinato, intervistato, ha dichiarato: «La vicenda di Giovanni Falcone subisce una svolta in occasione delle indagini sull’omicidio Mattarella, allievo di Moro, che aveva sostanzialmente ricreato in Sicilia una sorta di compromesso storico e che per la sua statura politica si avviava ad occupare posti di vertice nella Dc nazionale viene assassinato. Falcone giunge alla conclusione che non è stato ucciso da mafiosi ma è stato ucciso da due esponenti della destra eversiva, Cavallini e Fioravanti, gli stessi che sono coinvolti nella strage di Bologna. E da quel momento in poi comincia ad indirizzare la sua attenzione su Gladio».
Voce narrante: «Successivamente alla morte di Falcone, Fioravanti e Cavallini furono assolti dall’accusa di omicidio del Presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella, ma l’indagine su Gladio rimase aperta». (minuti 1.39.30 e seguenti)

Al riguardo, anziché lasciare dubbi o sospetti, sarebbe forse stato meglio informare i telespettatori sulla base di atti pubblici, acquisiti, peraltro, dal predetto Procuratore presso il Csm, precisando che le indagini su Gladio vennero svolte ed esclusero coinvolgimenti negli omicidi politici.
Il dottor Giuseppe Pignatone, sentito dal Csm il 30 luglio 1992, ha, infatti, dichiarato: «Alcuni passaggi fondamentali sul rapporto mafia-politica sono stati fatti vedere a Giovanni Falcone scritti a mano prima ancora di batterli a macchina da me e da Guido Lo Forte nelle riunioni in cui erano presenti Roberto Scarpinato e Giusto Sciacchitano, quindi la requisitoria Mattarella che è stata praticamente finita nella sua parte essenziale prima delle feste di Natale era perfettamente condivisa da Giovanni Falcone che poi l’ha letta tutta, dov’è che c’è il contrasto, perché dovevamo arrivare là, il contrasto avviene su Gladio perché? Perché in quell’epoca esplode la vicenda Gladio».
Torniamo al montaggio. Report domanda: tutti chi? “Noi” chi siamo?
R: Giammanco, Sciacchitano, Scarpinato, Lo Forte ed io.
D: Anche Scarpinato?
R: Anche Scarpinato. Scarpinato, come al solito, era molto meno acceso nella discussione, Roberto è quello che è, però sostanzialmente era d’accordo su questa impostazione che partiva dal presupposto che l’indagine si dovesse fare (poi parlerò dei G.I. che erano i padroni del processo). L’indagine si doveva fare, però noi dovevamo farla soltanto con riferimento mirato ai singoli delitti, cioè verificare sulla base degli atti esistenti al Sismi e alla Presidenza del Consiglio e, peraltro già allora sequestrati dalla Procura di Roma, se ci fossero addentellati, e se comunque riportassero, ai delitti di cui ci occupavamo noi, che erano: Mattarella, La Torre, Reina (era una pura ipotesi, infatti le vicende di Reina sono diverse); spuntò anche Insalaco, perché spuntò un terrorista nero di Insalaco che parlò di Gladio, poi si rivelò tutta una bolla di sapone. Il problema fondamentale riguardava Mattarella e La Torre.

Su questo punto il contrasto non si appianò, perchè Giovanni rimase nella sua idea, noi nella nostra, di cui io sono tutt’ora convinto e il Procuratore della Repubblica in quel caso disse che aveva la responsabilità dell’ufficio, e questo è uno di quei casi in cui si giocano le scelte fondamentali dell’ufficio e quindi si doveva fare come diceva lui . Si andò al Sismi alla Presidenza del Consiglio, si chiese la collaborazione della Procura di Roma, sono tutte cose nella requisitoria Mattarella che avete. Si accertò che non c’era nessuna possibilità di collegamento fra Gladio e la Sicilia e i delitti politici. (Audizione al CSM 30.07.1992, p. 46-50).

Dichiarazioni sul Protocollo Farfalla
Anche tale vicenda è stata trattata dalla trasmissione, dando tali informazioni ai telespettatori con le parole di Sabella: “Praticamente con questo protocollo Farfalla il Dap apriva le sue porte ai Servizi”.
Premesso che all’epoca del c.d. protocollo Farfalla (2003-2004) la materia era regolata dalla Legge n. 801/1977 e non già dalla legge di riforma avvenuta con la legge n. 124/2007e che mai sono stati contestati reati agli uomini del Sisde (generale Mori o suoi dipendenti, ex ufficiali del Ros e non, interessati alla vicenda “Farfalla”), per una completa e corretta informazione sul punto, evitando di riproporre l’opaca immagine stereotipata di chi lavora presso strutture di intelligence, sarebbe bastato consultare la nota Relazione del Copasir, atto pubblico del quale hanno dato ampia contezza tutti i mezzi di informazione, che ha approfondito la vicenda nei seguenti termini.
Il Copasir ha accertato che «Nessun incontro tra gli agenti e i dirigenti del Dap – sulla base delle risultanze emerse – si sarebbe svolto all’interno delle carceri» (Ibidem) e, citando la testimonianza dell’allora Ministro dell’Interno Pisanu, ha rimarcato quali fossero gli interessi di tutela della Nazione sottesi a quell’attività: «In quegli anni vi era stata un’attività costante nel mondo carcerario con il fine di contrastare terrorismo, stragi, convergenza tra Brigate rosse e criminalità, collegamenti occulti in essere o rapporti con ambienti esterni».

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