Smentito coinvolgimento in attentato
Crooks lupo solitario, nessun complotto dell’Iran che teme il ritorno di Trump: la missione del nuovo presidente Pezeshkian
Il neoletto presidente Pezeshkian è stato voluto da Khamenei per limitare il programma nucleare iraniano in cambio della rimozione delle sanzioni. Ma essere riformisti in Iran è solo apparenza

Nel gennaio 2022, l’ex presidente iraniano Ebrahim Raisi, detto anche “Boia del ‘67”, giurò vendetta per l’uccisione del comandante dei guardiani della rivoluzione (IRGC) Qasem Soleimani, noto tra i giovani del movimento anti regime come “cotoletta”, perché quando quest’ultimo, su ordine di Trump, fu ucciso all’aeroporto internazionale di Baghdad, colpito da un drone del Pentagono il 3 gennaio del 2020, di lui rimasero solo pochi brandelli di carne.
Chi era Soleimani
Il regime dei mullah anche per questo non ha alcuna simpatia per il candidato presidenziale repubblicano. Quando nel 2018 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si ritirò dall’accordo sul nucleare sottoscritto nel 2015 dai Paesi del P5+1 e impose sanzioni ancora più severe all’Iran, l’economia iraniana sprofondò in una crisi profonda dalla quale non si è più ripresa. Inoltre, per il regime iraniano, Trump “è un criminale che deve essere punito per l’omicidio di Soleimani”.
Soleimani era il comandante della Forza Quds dei guardiani della rivoluzione, considerato uno dei leader più potenti del regime, responsabile della diffusione dell’ideologia khomeinista al di fuori della Repubblica Islamica e di numerosi attentati terroristici, quali l’attacco all’ambasciata americana a Beirut nel 1983, il dirottamento del volo 422 della Kuwait Airways nel 1988, degli attentati presso l’ambasciata di Israele in Argentina nel 1992 e nel 1994 e quello in India nel 2012. Inoltre, Soleimani era anche il responsabile della formazione e dell’operatività dei gruppi del cosiddetto “asse della resistenza” operanti in Iraq, Siria, Libano e Yemen.
Il presunto complotto iraniano
Non c’è alcuna prova che Thomas Matthew Crooks, che ha tentato di assassinare Trump lo scorso fine settimana, sia collegato al presunto complotto iraniano rivelato dalla CNN che sostiene che nei giorni precedenti l’attentato il team elettorale di Trump era stato informato della minaccia dai servizi segreti. Secondo le indagini, al momento Crooks è considerato l’unico colpevole: un lupo solitario. Il New York Times precisa che le segnalazioni dei servizi segreti alla squadra di Trump sarebbero state di carattere puramente generale e che dunque non avevano ricevuto informazioni specifiche su una minaccia iraniana. Al momento le autorità statunitensi sono rimaste vaghe e non hanno voluto né confermare né smentire i rapporti.
L’Iran studia la vendetta
Quello che sappiamo di certo è che non vi erano minacce specifiche. Non ci sono commenti nemmeno da parte dell’FBI, che sta indagando sull’attacco di sabato 13 luglio. Intanto i funzionari iraniani smentiscono categoricamente le notizie dei media. “Le accuse sono infondate e dannose”, ha detto il portavoce della missione di Teheran alle Nazioni Unite.
Il ministro degli Esteri iraniano ad interim, Ali Bagheri Kani, ha dichiarato, in risposta ai rapporti pubblicati dalla CNN, che l’Iran risponderà all’uccisione di Soleimani solo utilizzando mezzi legali e giudiziari.
Resta il fatto che, dal 2020 le autorità iraniane, sia politiche che militari, hanno lanciato continue minacce contro Trump e la sua amministrazione dichiarando apertamente di voler vendicare la morte di Soleimani. Nel febbraio 2023, Amirali Hajizadeh, il capo della forza aerospaziale dei guardiani della rivoluzione, dichiarò che la Repubblica islamica intendeva uccidere Trump.
“Se Trump e l’ex segretario di Stato [Mike Pompeo] non verranno processati in un tribunale imparziale per l’atto criminale di assassinio del generale Soleimani, i musulmani si vendicheranno dei nostri martiri”, affermò Raisi in un discorso televisivo.
La missione del nuovo presidente Pezeshkian
Nel 2022, il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti mosse accuse contro i pasdaran che avrebbero complottato per assassinare John Bolton e Robert O’Brien ex consiglieri per la sicurezza nazionale.
In ogni caso le preoccupazioni per la sicurezza di coloro che hanno fatto parte dell’amministrazione Trump in quel periodo restano notevoli, nonostante le misure di protezione già in atto da tempo.
Il neoletto presidente iraniano Masoud Pezeshkian è stato voluto dalla guida suprema Ali Khamenei per lavorare al ripristino del Piano d’azione globale congiunto (JCPOA) per limitare il programma nucleare iraniano in cambio della rimozione delle sanzioni per far uscire l’Iran “dall’isolamento” e dalle sabbie mobile in cui è sprofondata l’economia del paese. Pezeshkian, in quanto presidente, ha il compito di applicare la politica statale delineata dalla guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, che esercita la massima autorità nel Paese.
Egli è noto per essere un fedelissimo di Khamenei e delle guardie rivoluzionarie, è un fondamentalista antisemita, pro Hezbollah e pro Hamas, favorevole come i suoi predecessori a un Iran nucleare. Appena è stato eletto presidente ha subito precisato che il denaro della nazione iraniana verrà nuovamente speso anche per sostenere Hamas, Hezbollah, il Libano e la Russia ed ha inviato una lettera ad Hassan Nasrallah, leader dell’organizzazione terroristica libanese Hezbollah, nella quale gli ha promesso il pieno sostegno del suo regime e nello stesso tempo ha assicurato a Putin, proprio mentre bombardava un ospedale pediatrico in Ucraina, che la Repubblica islamica sarebbe stata sempre al fianco di Mosca.
I cosiddetti “riformisti” in Iran hanno solo l’abito riformista, nella lotta per il potere devono anche loro rafforzare i princìpi su cui si basa la repubblica islamica. Per questo hanno una scarsissima influenza nell’opinione pubblica del paese perché ritenuti omogenei al sistema della Repubblica islamica e considerati parte strutturale di esso, funzionali a rendere l’istituzione irriformabile. Avere un “riformista” alla presidenza della Repubblica, in alcune fasi storiche, può far comodo al regime clericale per ingannare l’opinione pubblica internazionale, simulando aperture al dialogo nella speranza di allentare le sanzioni e dare respiro alla propria economia agonizzante e per questo un ritorno di Trump alla Casa Bianca desta nel regime dei mullah una profonda preoccupazione.
© Riproduzione riservata