È morto Raffaele Cutolo. È stato un criminale spietato. Ha fatto uccidere moltissime persone. Ha guidato una sanguinosa guerra all’interno della camorra. È stato capace, giovanissimo, dal carcere o dalla breve latitanza, di creare e guidare una delle più potenti associazioni malavitose del Novecento. La sua era una cosca e poi diventò quasi un partito politico. Aveva circa 2000 associati. Cioè soldati: armati e ben distribuiti sul territorio. Negli anni Ottanta ha dominato, a Napoli e in Campania. A lui si sono rivolti uomini politici e dello Stato, in più occasioni – persino durante il sequestro Moro – per avere aiuti e trattare. Poi Cutolo è stato anche il re delle prigioni. Era una potenza in carcere, ma il carcere è diventato la sua vita. Ha trascorso quasi 60 dei suoi 79 anni in cella.

Poi Cutolo è invecchiato. La sua organizzazione camorrista è stata sconfitta, sgominata. Dai concorrenti e dallo Stato. I suoi sodali uccisi, o arrestati, o spariti, qualcuno morto di vecchiaia. Era rimasto solo. Senza più nessuno, tranne qualche familiare. Pochi. Stava male, malissimo. I suoi avvocati hanno chiesto che lo facessero uscire, o almeno uscire dal 41 bis, dal carcere duro. Morire in pace. Cutolo era un criminale, sì, ma anche un essere umano: esattamente come tutti noi. I magistrati hanno detto di no. Hanno detto che non stava poi così male, anche se non riconosceva più neppure i suoi parenti. E poi che era pericoloso. Ferocia, vendetta.

L’altro giorno la Dna ha sostenuto che il carcere duro va inasprito, anche se forse è incostituzionale. Perché – ha detto – le ragioni della sicurezza prevalgono sui diritti, sulla civiltà. E ha spiegato che bisogna essere sicuri che i banditi non possano mai più comunicare con l’esterno. Allora, come lo scrittore Jonathan Swift, avanziamo anche noi una “modesta proposta”: cambiamo la Costituzione e reintroduciamo la pena di morte. Fuciliamo i mafiosi, così siamo più sicuri. Giusto? In fondo, spesso, la pena di morte è persino meno crudele del 41 bis a vita.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.