Raffaele Cutolo come Totò Riina, come Bernardo Provenzano. Uccisi dalla pena di morte lenta, quella esistente in Italia da circa trent’anni, dopo che era stata abolita nel 1948 quella ripristinata dal fascismo. Quella erogata con il regime del 41 bis, che oggi la Direzione Nazionale Antimafia vuole rafforzare e moltiplicare. Ricordo le parole di Immacolata Iacone, moglie di quello che un giorno fu il capo della Nuova Camorra organizzata, ma che era ormai solo un corpo non più persona, che in lacrime descriveva, nella riunione del direttivo di “Nessuno tocchi Caino” sul 41 bis, la larva d’uomo che era stato suo marito. Sono passati pochi mesi, durante i quali lui, o meglio il suo corpo è stato trasportato come un pacco postale avanti e indietro dall’ospedale al carcere di Parma dove è morto.

Quell’istituto che era stato considerato, fin dai primi giorni dell’epidemia di un anno fa, non adatto alla detenzione di persone anziane e malate. Era stata stilata una sorta di graduatoria delle incompatibilità con la prigionia, e Cutolo era ai primi posti. Ma il tribunale di sorveglianza, che non lo ha mai spostato dal regime impenetrabile del 41 bis, lo ha sempre e fino all’ultimo considerato pericoloso e in grado di dare segnali criminali ai suoi associati all’esterno del carcere. Ma associati a che cosa, visto che l’organizzazione da lui fondata qualche decennio fa non esiste più e i suoi amici di un tempo sono tutti morti?

Cutolo come Riina. La vendetta dello Stato contro i suoi “figli cattivi”, quelli che hanno ucciso dispensando la propria privata pena di morte, è particolarmente sadica e viene erogata con lentezza attraverso la tortura del 41 bis. La logica è volta a piegare la persona, sottoporla a ricatto (péntiti!) e somministrare lentamente la morte. Totò Riina ha finito di vivere nel novembre del 2017, dopo due interventi e cinque giorni di coma. Era detenuto al 41 bis da 24 anni. Solo in extremis il ministro alla giustizia Andrea Orlando aveva concesso un permesso speciale ai parenti perché potessero portargli l’ultimo saluto. Non avevano fatto in tempo. Ben prima avrebbe potuto e dovuto intervenire con senso di umanità il guardasigilli.

Almeno da quando la corte di cassazione, proprio quella prima sezione che un giorno lontano era stata presieduta da Corrado Carnevale, aveva bocciato l’ennesima ordinanza del tribunale di sorveglianza che aveva respinto ogni domanda di quel detenuto così malato. La cassazione, cinque mesi prima che Riina chiudesse gli occhi, gli aveva riconosciuto “il diritto a morire dignitosamente”, citando più volte il necessario “senso di umanità” con cui bisognerebbe governare le carceri e ricordando che “la pericolosità del detenuto deve essere attuale”. E difficilmente può esserlo nel caso di persone anziane che presentano diverse patologie. Ma Totò Riina doveva morire in manette e così è stato.

Riina come Provenzano. Quello che, ridotto a pura vita vegetativa, che non parlava e non si muoveva, che ogni giorno veniva ripulito e nutrito con il sondino naso-gatrico, giaceva in una cella dell’ospedale S. Paolo di Milano, dove è morto nel luglio del 2016. Forse lo tenevano in vita (che vita!) per portarlo in ceppi a testimoniare alla farsa del processo Stato-mafia. O forse, mentre lui sillabava “mmm”, l’unico suono che ormai usciva dalla sua bocca, qualche particolare interprete era pronto a capire di quale messaggio mafioso si trattasse. Perché anche quel vegetale comunque non si era mai pentito. E solo in quel caso quel corpo prigioniero sarebbe stato quanto meno alleggerito dai ceppi del 41 bis. Ma il ministro Orlando, cui pure i medici avevano inviato corposa documentazione sanitaria, fu irremovibile: Provenzano (cioè quel vegetale che era diventato) era pericoloso e doveva morire in galera.

Provenzano come Riina, Riina come Cutolo. Ed è paradossale che, proprio mentre il capo di quella che fu la nuova camorra organizzata stava morendo, la Direzione nazionale Antimafia abbia depositato la propria lugubre relazione annuale sulle carceri. Nella quale, dopo aver ammesso con costernazione che ogni provvedimento adottato nei mesi della pandemia per alleggerire l’affollamento carcerario era fallito, si stabilisce che il regime del 41 bis “deve essere potenziato e mai attenuato”. La pena di morte lenta è confermata. Fino al prossimo.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.