«Ogni anno partecipo con la comunità di Sant’Egidio al pranzo di Natale nel carcere di Poggioreale che porta il nome di mio padre. Servo a tavola gli ospiti, non mi va di chiamarli detenuti». È così che Claudio, figlio di Giuseppe Salvia, il vicedirettore del carcere di Poggioreale ucciso il 14 aprile 1981 dalla camorra guidata da Raffaele Cutolo, trasforma il dolore in impegno sociale. Claudio aveva tre anni quando suo padre fu ucciso, quell’evento ha segnato profondamente la vita della sua famiglia e inevitabilmente anche la sua.

«Quando ho appreso della morte di Cutolo mi è dispiaciuto perché non ho mai augurato la morte a quella persona nonostante sia stato il carnefice di mio padre. Io e mio fratello siamo vissuti con valori alti e in quei valori, nell’insegnamento che ci ha dato mio padre con il suo esempio, non c’è spazio per la vendetta, per il rancore. Ciò che mi sono sempre augurato da quando ho saputo dell’omicidio di papà è stato solo che la giustizia facesse il suo corso, e così è stato». I responsabili dell’omicidio di Giuseppe Salvia sono stati processati e condannati. Il vicedirettore fu assassinato per non essersi piegato ai tentativi di corruzione con cui la Nuova Camorra Organizzata di Cutolo aveva provato a comprare lui, dopo aver fatto lo stesso con altri.

Erano gli anni ’80 e la corruzione era lo strumento con cui il boss di Ottaviano riuscì a creare un clan malavitoso all’interno del carcere. L’episodio della perquisizione a cui Cutolo fu sottoposto al rientro da un processo come era da prassi e che Salvia eseguì personalmente visto che tutti gli agenti si erano rifiutati di farlo fu solo la goccia che fece traboccare il vaso. Prima di quell’episodio, infatti, Salvia aveva già ricevuto minacce. Provarono anche a fargli credere che il fonogramma con cui si disponeva un trasferimento di Cutolo da parte del ministero della Giustizia fosse un documento vero, ufficiale. Ma Salvia non si fece ingannare e solo successivamente si scoprì che quel fonogramma era effettivamente un falso realizzato grazie a una talpa che il clan di Cutolo era riuscito ad agganciare all’interno degli uffici romani.

«Mio padre – racconta Claudio Salvia – sapeva bene a cosa andava incontro ma aveva un alto senso dello Stato, e ha rappresentato la resistenza di fronte a una camorra dilagante». Oggi sono questo esempio e questa resistenza a ispirare il suo impegno sociale per detenuti e giovani a rischio. Servendo il pasto ai detenuti, Claudio Salvia ha potuto osservare più da vicino il mondo del carcere, «un mondo di privazione – racconta – e di mancanza di rapporti sociali. È vero che si tratta di persone che scontano una condanna ma sono soggetti che la nostra società ha il dovere di recuperare perché se chi esce dal carcere, espiata la pena, torna a delinquere, il problema è dello Stato e della società».

Certezza della pena ma in un carcere più umano, ecco il primo auspicio di Salvia al quale fa seguito un secondo non meno importante:  «A chi si è smarrito intraprendendo la strada della legalità – conclude il figlio dell’ex vicedirettore di Poggioreale – rivolgo l’invito a tornare indietro e valutare che essere camorristi in fondo non porta vantaggi ma distruzione, sofferenza e tanto dolore per sé e per gli altri».

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).