Nelle nostre carceri i muri raccontano soprattutto storie di sofferenza, afflizione, privazioni. Eppure le condizioni perché raccontino altro, circondando in maniera più dignitosa la vita di chi deve scontare una pena, ci sono. Abbiamo le norme: Costituzione e ordinamento penitenziario. Abbiamo la linea dettata dall’Europa: basta con trattamenti inumani e degradanti nelle carceri. Abbiamo l’esempio di altri Paesi: Spagna, Francia, Austria, per citare i più vicini. Cosa ci manca? Innanzitutto l’input della politica, ancora troppo preoccupata a raccogliere consensi tra l’opinione pubblica che pensa di risolvere i problemi della sicurezza usando il carcere come unica risposta. E poi un salto di qualità a livello culturale. Non è un castello in aria.

Le basi sono rappresentate dalle forze culturali che da tempo si impegnano per un carcere più umano e possibile. Tra queste c’è l’architetto Cesare Burdese, esperto in edilizia e architettura penitenziaria. Nella sua lunga carriera ha preso parte a Commissioni e tavoli tecnici, studi e dibattiti anche a livello internazionale. È stato tra gli esperti convocati dall’allora ministro Orlando per gli Stati generali dell’esecuzione penale per studiare progetti che la politica ha poi lasciato sulla carta. Un carcere diverso è ancora possibile? «Sì, ma bisogna superare l’idea del recinto e l’architetto ci può insegnare come. Abbiamo esempi all’estero che funzionano e abbiamo semi gettati in questi anni di studio e impegno», sottolinea Burdese che due giorni fa ha tenuto una lezione agli studenti di Architettura della Federico II nell’ambito del laboratorio coordinato dalla professoressa Marella Santangelo, responsabile del polo universitario penitenziario in Campania.

C’è però un nodo irrisolto su cui Burdese punta l’attenzione: in Italia gli architetti sono esclusi dalla progettazione carceraria e l’edilizia penitenziaria dovrebbe entrare nel normale percorso universitario. «È importante che il mondo culturale dell’architettura, insieme al mondo giuridico, all’università, alla società civile, faccia crescere il fronte culturale per collaborare a un rinnovamento architettonico anche nelle carceri. Che non vuol dire riempire l’Italia di recinti, ma vuol dire strutturare il territorio con delle risposte spaziali adeguate affinché la pena sia quella che dice la Costituzione, quella a cui si fa riferimento nell’ordinamento penitenziario, quella che ci indica l’Europa, dove il carcere inteso nel senso più tradizionale del recinto sia davvero l’extrema ratio».

Il carcere, dunque, dovrebbe essere un argomento che politici e burocrati dovrebbero affrontare confrontandosi con altri esperti, che siano architetti, psicologici, insomma figure impegnate per il reinserimento sociale di chi sconta la pena. «Insegniamo agli studenti a progettare carceri come si progettano chiese, ospedali, scuole. Il carcere – sottolinea Burdese – non è una struttura pubblica di secondo piano, non c’è una graduatoria, non è di serie B. Il carcere è abitato dai detenuti e da chi lavora all’interno delle strutture penitenziarie, quindi bisogna parlare di utenza a vario titolo». E per questo, oltre che per quei principi di tutela della dignità umana e di funzione rieducativa della pena, il carcere dovrebbe diventare un luogo più vivibile. Un luogo dove i muri non circondano solo vite di privazione e sofferenza «ma di aspirazioni verso un futuro migliore per chi sconta la pena, di civiltà, organizzazione, qualità, cultura».

«Occorrerebbe creare – spiega Burdese – un sistema di architetture che progressivamente sono sempre più aperte». Come quelle spagnole, dove la cella è il luogo dove il detenuto dorme non dove vive per tutto il tempo della pena, dove il carcere è una metafora della città con luoghi per il lavoro, per la socialità e per l’affettività, e dove la reclusione viene progressivamente abbandonata man mano che si prosegue nel percorso di reinserimento. O come le carceri francesi, rinnovate in tempi record e adeguate agli spazi di vita e reinserimento sociale del detenuto. O, infine, le carceri austriache dove persino l’arte contemporanea diventa parte integrante dell’architettura penitenziaria.

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).