Il Covid dietro le sbarre: un detenuto morto a Bologna, decine di focolai in tutta Italia. La protesta della comunità carceraria, degli agenti di polizia e dei detenuti, e il sospetto che in qualche regione la situazione, complice il sovraffollamento, sia più grave che altrove. Ieri sera nel carcere di Trento sono risultati positivi alcuni dipendenti del penitenziario e due detenuti. E le proteste in Campania, come in Emilia-Romagna, sono rientrate a fatica.
Ma è il Piemonte, dove ieri sera è salito a otto il computo dei detenuti positivi, la prossima polveriera pronta a esplodere. Con buona pace degli uffici di via Arenula, dove il Ministro si ostina a dire che va tutto bene, ecco i numeri della comunità penitenziaria piemontese: 4.514 detenuti, ristretti nelle 13 carceri per adulti e nell’istituto penale per minori, con una capienza effettiva complessiva di appena 3.783 posti.

Dunque 731 detenuti in più rispetto ai posti disponibili, con un indice di sovraffollamento non dignitoso: Alessandria San Michele 153%, Alba e Ivrea 142%, Asti 139%, Biella 138%, Vercelli 135%. Nei ristretti e insalubri ambienti carcerari lavorano circa 3.000 agenti di polizia penitenziaria e circa 500 operatori dei vari settori: un quadro che parla chiaro del rischio contagio. Bruno Mellano, Garante per i detenuti del Piemonte, parla con il Riformista: «Basta nuovi trasferimenti, stiamo esplodendo e ci sono arrivati 222 nuovi detenuti da altre regioni. Sì all’attuazione di misure alternative al carcere. E si proceda allo screening di massa a tutta la comunità penitenziaria». Perché in Piemonte non si scherza più. Tra i contagiati, alcuni personaggi noti alle cronache. Nel carcere torinese delle Vallette, è positivo uno dei quattro giovani condannati in primo grado per i fatti di piazza San Carlo del 2017. Il giovane è stato scarcerato e portato, in regime di detenzione domiciliare, nella casa di un familiare. Stessa sorte per Gabriele Defilippi, condannato a 30 anni per l’omicidio di Gloria Rosboch, l’insegnante di Castellamonte scomparsa da casa il 13 gennaio 2016 e ritrovata cadavere nei boschi del Canavese.

Defilippi, positivo al Covid 19 anche se asintomatico, si trova ora in detenzione domiciliare in un appartamento del capoluogo piemontese messo a disposizione dalla madre. Provvedimenti individuali, casi specifici. Al mare magnum dei detenuti a rischio non arrivano ancora risposte. Così la Conferenza dei Garanti Territoriali dei detenuti prende carta e penna per dettagliare al governo il disappunto della comunità carceraria. «I provvedimenti legislativi presi dal Governo sono largamente al di sotto delle necessità». Se si presta ascolto agli operatori di polizia penitenziaria, i toni non sono molto diversi.

«L’emergenza sanitaria ha trasformato gli istituti penitenziari in una bomba ad orologeria». Così inizia l’appello al premier dell’Associazione Funzionari di Polizia penitenziaria – Sindacato dirigenti del Corpo. «Oggi bisogna agire. Non è il momento delle ideologie o delle dietrologie. È il momento di scelte ragionevoli e coraggiose. Non aspettiamo che il virus entri nelle carceri, perché si diffonderebbe subdolamente e molto rapidamente, data l’impossibilità di realizzare il distanziamento necessario di un numero elevato di soggetti, con l’ampio rischio di trasmissione a catena attraverso soggetti asintomatici anche agli operatori penitenziari».

Il procuratore capo della Dda di Catanzaro, Nicola Gratteri, adombra però il sospetto che le proteste dei detenuti possano essere dirette da una unica, oscura cabina di regìa, “mossa dalle mafie”. Nei penitenziari di tutto il mondo, detenuti e famiglie dei ristretti – evidentemente connesse a milioni tra loro, attraverso tecnologie coperte su cui sicuramente si indagherà – si ostinano a manifestare preoccupazione per il prepotente ingresso del virus nelle carceri. E a questo disegno della criminalità organizzata rispondono, mostrandosi vulnerabili – e forse anche un po’ conniventi – i Ministri della Giustizia di numerose nazioni.

Negli ultimi giorni, a seguito di proteste anche violente, Regno Unito, India, Indonesia, Siria, Marocco, Algeria, Tunisia e Libia hanno disposto il rilascio di migliaia di detenuti dalle sovraffollate carceri dei rispettivi Paesi. In Senegal, l’ex dittatore del Ciad, Hisse’ne Habre’, che stava scontando l’ergastolo, ha ottenuto 60 giorni di arresti domiciliari presso la sua abitazione alle porte di Dakar. La ramificata cabina di regìa delle proteste sta funzionando per ora solo all’estero. In Italia si potranno contagiare tutti in carcere, detenuti ed agenti. Ma a lorsignori no, non la si fa.

 

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Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.