Un assetto oligarchico, come si sa, può consentire molte varianti al suo interno. Il passaggio in Italia da una variante a un’altra, attraverso la recente crisi di governo, ha scompaginato il sistema dei partiti. Esso era già attraversato da una crisi così radicale da configurarsi come una crisi di legittimità per il distacco, la separazione consumata tra il Paese reale e il Paese ufficiale, tra il popolo e l’élite, tra il popolo da un lato e i partiti e le rappresentanze politico-istituzionali dall’altro. La sinistra politica e il centrosinistra che ne è da tempo l’area in cui essa si è dissolta sono stati i più esposti al sommovimento e pour cause.

Il passaggio dal governo Conte al governo Draghi ha trovato quest’area politica, al cui centro sta il Pd, del tutto impreparata. Essa non aveva previsto il fatto e quando questo è accaduto l’ha spiazzata. Può sembrare incredibile che tutto ciò sia successo agli eredi di una tradizione politica che si faceva vanto, non infondatamente, di una raffinata capacità di previsione e di sapiente azione proprio sul terreno della manovra politica. Un’altra eredità perduta, anche se certo non la più importante tra tutte. Il Pd si è venuto a trovare al centro della tenaglia e la sua crisi è diventata tanto manifesta da indurre il suo Segretario a dimettersi e il partito ad accettarne le dimissioni. Ma quel che ha colpito il Pd tocca, dopo essere precipitato sui Cinque stelle, l’intero sistema dei partiti. Il Pd è stato investito più direttamente dalla scossa perché, nella fase precedente alla crisi, si era proposto e si era vissuto come il perno della stabilità di governo.

Lo si era proposto per tutto il tempo del secondo governo Conte. Ha scritto uno dei più autorevoli commentatori politici del Paese, Ezio Mauro, che «un modo di far politica e la contropolitica che la contestava radicalmente sono precipitate insieme nel vortice dell’emergenza, travolti entrambi per insufficienza». Resterebbe da capire, allora, insufficienza rispetto a che cosa. Non certo rispetto al tema capitale della riforma sociale, che la natura del governo Conte, e la mancanza di un’opposizione di sinistra adesso, avevano già derubricato dall’agenda politica. Insufficiente dunque rispetto ai parametri che il sistema stesso ha messo in testa alle politiche dei governi, cioè la stabilità politica e l’efficienza dell’azione dello Stato. Sulla prima è caduto il governo, sebbene con l’uso della seconda. Cova, dunque, già nella crisi la natura della successione. La crisi di uno specifico assetto oligarchico ha dato luogo alla ricerca di un più stabile ed efficace nuovo governo oligarchico.

Il governo Conte è stato solo una delle tante possibili varianti tecnico-politiche del nuovo assetto oligarchico. Questa caratteristica a-democratica dei governi contemporanei è del resto favorita da un contesto europeo, quello della commissione e della intergovernabilità, che lo attua su di sé e lo favorisce nelle sue articolazioni nazionali. L’emergenza costituita dal covid è stata fronteggiata in Italia da un esecutivo allargato a un consesso di tecnici e scienziati che ha cercato pragmaticamente di realizzare una mediazione tra le istanze della salute e quelle dell’economia, provando a lenire le grandi sofferenze sociali con misure assistenziali. Quest’ultime, quandanche oggetto di polemica da parte dei liberisti, sono peraltro così indispensabili da essere continuate anche nelle misure del governo Draghi. Bandita ogni caratterizzazione politica, cancellati dall’agenda di governo i temi della riforma sociale, come quella dei diritti civili, bandita la programmazione per un futuro diverso di società, il governo ha galleggiato riecheggiando la concretezza andreottiana.

Il carattere oligarchico del governo ha avvicinato le forze politiche contenute nella sua maggioranza, contribuendo alla mutazione della componente di origine populista in una forza neocentrista prossima al Pd, tanto da identificarsi nel presidente del Consiglio. Si è trattato di una vittoria clamorosa della governabilità mentre si approssimava la crisi del governo. Per queste ragioni, il passaggio della crisi, e poi della sua soluzione, hanno investito in maniera più dirompente il Pd e i Cinque stelle di quanto lo abbiano fatto sullo schieramento di centrodestra. Quest’ultimo pure risulta destrutturato e sottilmente minato nella sua unità, ma i cambiamenti che lo toccano restano ancora contraddittori e in fieri.

La nascita del governo Draghi ha dato luogo alla messa in campo di una nuova e diversa variante oligarchica che si candida ora, con un consenso pressoché unanime del Parlamento, ad affrontare i problemi fin qui irrisolti dal suo predecessore, e cioè la stabilità politica e sociale e l’efficacia dell’agire pubblico, a partire dal contrasto alla pandemia. Come e più del suo predecessore, si propone di farlo dall’alto, con il metodo della cooptazione e con la Costituzione di nuove forme neocorporative. Lo fa ancora una volta senza una consistente opposizione di sinistra, malgrado sia, come quello precedente, senza riforma sociale, con un più marcato disegno di ristrutturazione dell’economia e persino con qualche sussunzione di troppo da destra. Intanto la continuità nella pratica concreta di governo si è resa evidente anche con il primo decreto di qualche consistenza, come quello sui ristori. Il consenso politico, e nella organizzazione delle comunicazioni di massa, è così acquisito da far passare il condono come una necessità tecnica dell’oggi e, per il domani, può persino rientrare nell’agenda il ponte sullo Stretto. In sostanza possono cambiare dei connotati nell’assetto oligarchico di questi governi, ma non la loro natura.

Questo è il governo di Draghi, del presidente del Consiglio, anzi dei due presidenti, della Repubblica e del Consiglio. La centralità e il potere forte del capo del governo consentono senza rischio un più ampio coinvolgimento di un Parlamento che è stato deprivato della politica (non c’è conflitto tra destra e sinistra, non rientra quello tra ricchi e poveri, tra chi ha il potere e chi non ce l’ha, e neppure c’è in realtà quello tra ambiente e lo sviluppo capitalistico in atto). Così il Parlamento viene sospinto nella cattività del primato della tecnica sulla politica. La composizione del governo, per parte sua, ha visto l’esaltazione del profilo del suo presidente con la collocazione, in tutto il suo nucleo di comando, di uomini della sua stessa cultura, della sua stessa estrazione sociale. Questo nucleo di comando è stato attorniato, nelle altre funzioni ministeriali, da attribuzioni rispondenti questa volta a logiche partitiche, secondo il canone del rapporto tra ufficiali di carriera e quelli di complemento, che era vigente nell’esercito di leva. Sarebbe certo malriposta qualsiasi demonizzazione della chiamata di generali dell’esercito a svolgere qualificate funzioni pubblico-borghesi, ma è certo che così si vuole indicare quali siano le caratteristiche delle professionalità che si intendono privilegiare.

Anche simbolicamente, viene avanti un discorso sul profilo del dirigente politico che si intende promuovere, come se non bastasse quello per cui si attinge alla Banca centrale, alle banche e ai frequentatori delle porte girevoli delle élite internazionali. Il legame decisivo con l’Europa della von der Leyen e della Lagarde, che già era coltivato come necessario dal governo Conte, diventa più stretto con un Draghi più influente. La rotta resta la stessa. Dire varianti dell’oligarchia vuol dire sapere dover coglierne anche le differenze, differenze che in questo caso non sono solo di stile. Da questo punto di vista c’è da sperare, ad esempio, ma non senza l’acuta sorveglianza critica necessaria, che anche l’ultimo velenoso retaggio del populismo politico italiano, sia di destra che trasversale, il giustizialismo, scandalosamente messo a guida e a sentinella dell’ordinamento giudiziario carcerario italiano, venga ora rimosso in radice insieme alle politiche sui migranti.

Ma la differenza in un certo modo di porsi, questo attuale pur esso però non indiscutibile, come in qualche contenuto di merito, non può distogliere dalla maturazione necessaria di un punto di vista critico che si impone sia sul terreno democratico, come quello programmatico, come su quello politico. La questione democratica è terribilmente aperta nella nostra epoca, sia dai processi mondiali che da quelli europei e nazionali. La tendenza oligarchica è dunque potente, le grandi concentrazioni di potere finanziario e tecnologico sovrastano gli Stati, influenzano e decidono nell’economia, nel sequestro in poche mani di immense ricchezze, in una redistribuzione del reddito sempre più intollerabile, tanto quanto l’esplosione delle diseguaglianze. Ora le classi dirigenti, che nei loro circuiti si sono formate, prendono sempre più spesso anche direttamente le redini dei governi. La democrazia del consenso popolare è sostituita da quella dei sondaggi e dei talk show, quella del voto, a volte sospesa, spesso viene ridotta ad attività seriale. La tendenza oligarchica prende peso e forza.

Il governo del Paese è fuori o dentro questa tendenza? Non si può sfuggire alla domanda cruciale. Sul programma si può essere più o meno critici rispetto ai suoi singoli capitoli, sul suo modo di essere, di essere presente nel Next Generation Eu, e su come verrà attivato il Recovery plan. Quello che mi par evidente è però che il programma Draghi e il suo concerto con la commissione della von der Leyen, e con la Banca Europea della Lagarde, sono qui come là il programma della ristrutturazione dell’economia capitalista, la ricerca delle vie della ripresa in esso, non della lotta alla diseguaglianze, della riforma economica e sociale, del superamento dell’attuale modello di sviluppo, di cui invece viene cercata una razionalizzazione che aggraverà ancor di più la crisi sociale, la messa fuori dalla vita civile di parti grandi della popolazione e l’umiliazione di tante vite umane. Il programma di un governo tecno-borghese è incompatibile con quelle che dovrebbero nascere dalle risposte da dare ai bisogni della popolazione, dalla messa in campo di una politica di riforme sociali, democratiche, ambientali, necessarie per avviare quella trasformazione che è diventata urgente in Italia, come in Europa. Dovrebbe essere, quindi, quello oligarchico per elezione il governo a cui la sinistra si pone come alternativa.

Invece, tra i danni introdotti della nascita del governo Draghi c’è anche una singolare querelle che si è aperta nel campo del centrosinistra e dei suoi ambienti intellettuali più impegnati. Non so bene perché sono sorti questi due partiti, entrambi partigiani innaturali di chi non li vedrebbe quali propri sostenitori. Gli uni a rimpiangere Conte, gli altri a vantare contro le sue colpe la novità Draghi. Entrambi a ignorare le continuità sia per quel che essi hanno negato e negano, l’urgenza e la necessità della grande riforma, sia per ciò che non realizzano di quanto annunciano, come della realizzazione degli obiettivi di efficacia e di efficienza nell’agire statuale. Il banco di prova dei vaccini, visto dal punto di osservazione delle popolazioni, diventa l’occasione di una critica, magari confusa ma implacabile. C’entra o no la politica? C’entrerebbe se fosse agita. Provate ad ascoltare il breve e sontuoso intervento di una giovane parlamentare della sinistra europea, la Aubry, contro il governo von der Leyen e potreste applicarlo anche ad ogni governo di un qualsiasi paese europeo.

Dalla mancata socializzazione o almeno dalla sospensione temporanea dei brevetti alla produzione delle grandi case farmaceutiche, alla politica di prenotazione, raccolta e distribuzione dei vaccini, sentirete una pacata requisitoria così implacabile che è stata ascoltata da decina di milioni di persone che spontaneamente e contagiosamente sono corse ad ascoltarla. Anche le presunzioni di efficienza delle autorità tecnocratiche non reggono alla verifica e alla prova dei fatti. Senza partecipazione e conflitto non si viene a capo neppure delle emergenze, figurarsi del cambio pure storicamente necessario. Ai due partiti che si combattono in un centrosinistra altrimenti politicamente muto, il partito di Draghi e quello di Conte, verrebbe da dire che non è il caso di faticare tanto per scegliere l’albero a cui impiccarsi. Sarebbe meglio impegnare le forze in un rifiuto nel quale si possano scorgere gli elementi di un futuro diverso.