La discontinuità ha tanta facce. Dopo i cambi nelle caselle più importanti dell’amministrazione dello Stato (ministeri chiave, intelligence, protezione civile, commissario contro il Covid); nei contenuti, per ora soprattutto sul piano-vaccini; arriva anche quella della comunicazione. C’è stata una prima parte scritta nella pietra nel primo Consiglio dei ministri: “Comunicare quando facciamo le cose”. A cui ha fatto da corollario: “Al bando tutti i social, si torna ai canali tradizionali”. Ieri la parte seconda: dopo un confronto con la Stampa parlamentare, Palazzo Chigi ha aperto le porte per la conferenza stampa, in orario civile (18 e 45), venticinque testate ammesse, una decina di domande.

Evitato l’assembramento, ripristinato un servizio. Il Presidente del Consiglio, però, ha considerato l’occasione non ancora sufficiente per confrontarsi con i giornalisti. Non è solo questione di voler archiviare per sempre il format “Conte show all’ora di cena”. L’assenza di Draghi, a diciassette giorni dall’insediamento, sembra avere una cifra politica: il Dpcm firmato ieri sera insieme con il ministro della Salute Roberto Speranza, è troppo in continuità con il passato. Nella forma visto che, come ha spiegato il ministro Gelmini, “non c’è stato il tempo, data la scadenza il 5 marzo, di seguire altre strade”, ad esempio “l’ordinanza”.

E anche nella sostanza: al di là dell’Italia divisa in fasce colorate, dopo un anno di emergenza l’istituzione, il primo servizio pubblico che dovrà ancora una volta chiudere sarà la scuola. E anche questo, in continuità col passato, ha creato malumori, tra le forze di maggioranza (Italia viva e 5 Stelle contrari), tra i governatori e tra gli amministratori locali. Le scuole chiuderanno e andranno in dad nelle regioni e nelle zone rosse. Potranno andarci, decideranno i Presidenti di regione, se sono “arancione scuro” o anche “gialle” qualora l’incidenza del contagio sarà pari a 250 casi ogni 100mila abitanti nei sette giorni. È questo il compromesso raggiunto dopo tre riunioni fiume tra governo e conferenza Stato-regioni. I governatori, che hanno chiesto e ottenuto un parametro chiaro e oggettivo su cui basare la decisione, non hanno gradito la discrezionalità decisa dal governo. Il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano ha chiesto che fosse il governo a predisporre le chiusure.

Il governatore del Veneto Luca Zaia ha contestato il parametro dei casi per abitante, sottolineando che penalizza le regioni che fanno più tamponi. Il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini ha subito chiesto il bonus per le famiglie che lavorano e che avranno i bambini a casa. Anche De Luca, dalla Campania, ha criticato la formulazione del testo. Insomma, nessuna discontinuità. Almeno sulla scuola. “Avete pensato prima ai mezzi pubblici che viaggiano di nuovo pieni?” è stato chiesto in conferenza stampa ai ministri Gelmini e Speranza. “Siamo qui da diciassette giorni, queste misure erano tutte in scadenza, non potete pensare che si mettesse mano al trasporto pubblico” ha risposto secca Gelmini, memore, probabilmente, delle critiche che fino a poche settimana fa arrivavano a Forza Italia ai Dpcm del governo Conte. E comunque, sia chiaro – ha detto – noi non chiudiamo la scuola, questa è l’estrema ratio e l’indice di contagio dovrà comunque essere valutato dai Presidenti di regione perché è chiaro che ogni territorio fa storia a sé”.

La discontinuità è un percorso da conquistare a fatica. Specie se i contagi aumentano (ieri oltre 17 mila contro i 13 mila del giorno prima) e le varianti, sia quella inglese che quella brasiliana, fanno paura come hanno spiegato il professor Brusaferro e il professor Locatelli seduti nel cortile di palazzo Chigi al fianco di Gelmini e Speranza. Più contagiose, soprattutto nei bambini e tra i giovanissimi, anche se il livello di infezione non è più grave. I bambini si ammalano, non in maniera grave, ma poi infettano una volta a casa. E l’incubo del Covid continua. Eppure discontinuità è il concetto su cui il ministro Gelmini ha insistito di più nella conferenza stampa. Non aveva interesse a farlo Speranza. E neppure Brusaferro e Franco Locatelli, presidente dell’Istituto superiore di Sanità il primo e del Consiglio superiore di Sanità il secondo. Sono, entrambi, i testimoni scientifici di questo lungo anno di pandemia. L’oracolo tecnico scientifico che ha protetto la nostra salute ma anche rinchiuso le nostre vite. Ruolo difficile e ingrato.

Nel cortile di palazzo Chigi, al lato opposto rispetto a quello dei tempi di Conte, è stata allestita una lunga pedana sovrastata da un tavolo dove hanno trovato posto a debita distanza i due ministri e i due professori. Speranza ha sottolineato “la sostanziale conservazione dell’impianto del Dpcm del dicembre scorso” e cioè con l’azione di governo dl Conte 2. Non poteva fare diversamente. Avrebbe significato smentire se stesso. “L’unico criterio a cui io sono sempre stato fedele è l’articolo 32 della Costituzione” ha puntualizzato di fronte alle domande dei giornalisti, “inutile illudere, la situazione è ancora grave”. La ministra dei Rapporti con le Regioni ha invece insistito sulla “discontinuità” e sul “cambio di passo”, nei tempi (“come promesso, informiamo i cittadini con il dovuto anticipo”) e nel “metodo visto che c’è stata larga condivisione dei contenuti con il Parlamento, le regioni e gli enti locali”. La sostanza però è molto simile. A cominciare, appunto, dalla scelta del mezzo Dpcm. Sarà in vigore fino al 6 aprile e conferma il divieto già in vigore di spostarsi tra regioni con l’eccezione degli spostamenti dovuti a motivi di lavoro, salute o necessità. Le novità sono veramente poche. Viene introdotta la zona bianca (al momento lo è solo la Sardegna), la possibilità di andare al cinema o al teatro “su prenotazione” dal 27 marzo e i nuovi criteri per chiudere la scuola.

Il cambio di passo vero è atteso sui vaccini, l’unica vera speranza. Il capo della Protezione civile Fabrizio Curcio e il nuovo commissario il generale Figliuolo si sono già incontrati per una riunione operativa. C’è da organizzare il piano vaccinale in ogni paesino italiano. C’è da cambiare i paradigma: sarà lo Stato che andrà a mettere in fila i cittadini per la vaccinazione. In ogni città di ogni regione. Una centralizzazione finora assente. Il professor Locatelli ha invece espresso dubbi sulla vaccinazione con dosaggio unico. Ha aperto, un po’, solo per Astrazeneca. Eppure il premier Draghi punta al metodo inglese, tutti coperti almeno con una dose. Paola Ansuini, la sua portavoce, ha spiegato che “presto il Presidente Draghi terrà una conferenza stampa”. Possiamo immaginare che succederà quando sarà pronto il nuovo piano vaccini e ci saranno le dosi. Una vera, sostanziale, positiva discontinuità.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.