C’è il bazooka per i vaccini, assoluta novità. Un principio di discontinuità nell’approccio generale al problema più importante, lavoro e disoccupazione, con un “doppio binario” che guarda al dopo pandemia. Una discontinuità totale nel sistema di calcolo per sostenere il tessuto economico di partite Iva e aziende. Molti nella maggioranza concordano sul fatto che non poteva essere questo provvedimento – il decreto Sostegni, il primo esame economico del governo Draghi – a segnare quel cambio di passo che molti si aspettano dal banchiere che ha salvato l’euro.

Mai super-Mario avrebbe però immaginato di dover fare i conti, o perdere tempo, con il problema del “magazzino fiscale”. Liberare o meno l’Agenzia delle entrate da milioni di cartelle arretrate non più esigibili perché i debitori sono soggetti per lo più falliti. O defunti. Per colpa delle diverse posizioni su questo dossier – da una parte Lega, Forza Italia e 5 Stelle, dall’altra Pd, Iv e Leu – ieri il governo ha rischiato di dover rinviare ancora una volta tutto il provvedimento. Previsto alle 15, poi alle 16, la riunione è iniziata alle 18 e 30 ed è terminata pochi minuti prima delle 20. È finita che saranno cancellate circa 60 milioni di cartelle fino a 5 mila euro tra il 2000 e il 2011. Cinque anni in meno di quanto chiesto da Lega e Forza Italia. Non si tratta di un condono. La maggior parte di quelle cartelle non possono più essere riscosse dallo Stato e rallentano il lavoro dell’Agenzia.

Ma l’attesa ieri era anche – forse soprattutto visto che le bozze del decreto giravano da giorni – per il primo faccia a faccia del presidente Draghi con i giornalisti. In 35 giorni di governo il premier ha parlato poco e mai con la stampa. Ogni giorno un comunicato con un punto di situazione e aggiornamenti vari. Ma mai di persona. La portavoce Paola Ansuini per facilitare i giornalisti ha trasferito la conferenza stampa nella Sala multifunzionale che ha permesso l’ingresso, sempre a sorteggio, di trenta testate. L’orario – le 20, coincidente con la chiusura dei giornali – non è stato d’aiuto. Ma Draghi si è sottoposto per circa un’ora alle domande. Che ha gestito con sicurezza, ironia e, prima di tutto, mettendo il proprio corpo a disposizione dell’opinione pubblica. «Si vaccinerà con Astrazeneca?» gli è stato chiesto dall’agenzia Ansa. «Certo che sì, mio figlio a Londra lo ha fatto tre giorni fa e io appena sarà il mio turno». Faccenda chiusa. Con buona pace di chi ha sperato in questi giorni di trovare nel dossier Astrazeneca il primo autogol del premier.

E quando un giornalista ha provato a provocarlo con la domanda «avete fatto gli interessi della Germania?», Draghi ha sorriso: «No, abbiamo sospeso in via cautelare un vaccino per allontanare dubbi e avere risposte ancora più nette per i cittadini». Le domande, proseguite per circa un’ora, hanno interessato poco il decreto Sostegni e molto tutto il resto, dai vaccini («quando sono arrivato ne facevamo 69 mila al giorno, a giugno saremo a 500 mila»), al Mes («ci penseremo quando avremo un vero piano sanitario su cui investire eventualmente quei soldi. Adesso rischiamo di buttarli via») fino al numero di telefonate con Ursula von der Leyen. «Non è vero che la sento spesso» ha sorriso Draghi, «in questo periodo però un po’ più del solito». Anche perché, ha aggiunto, per quello che riguarda i vaccini, «se il coordinamento con la Ue funziona, bene, altrimenti faremo anche da soli». L’orgoglio nazionale non era previsto. Alla fine Draghi ci ha preso gusto. Alle domande. E alle risposte.

«Quanto durerà il mio governo? Lo deciderà il Parlamento». E poi, circa le voci di contrasti drammatici nel preconsiglio tra le varie forze di questa maggioranza: «Per me – ha osservato il premier – è stata una riunione molto interessante. Certo, ogni forza politica ha le proprie bandiere identitarie. Si tratta nel tempo di capire quali sono di buon senso e a quali rinunciare senza fare danno a se stessi e all’Italia». Per essere un banchiere, ha la stoffa del politico. Vedremo se gli sarà d’aiuto anche la pazienza. Nelle 80 pagine e nei 44 articoli del primo decreto economico firmato Draghi si fatica a trovare quel “debito buono” che deve essere la stella polare dell’Italia per chiudere la fase nera della pandemia e ritrovare la strada della ripartenza. Ma non poteva essere questo provvedimento a segnare la discontinuità. Fonti di governo concordano nello spiegare che «siamo ancora in piena emergenza» e che la chiave del provvedimento «non poteva che essere emergenziale» con l’Italia colorata di rosso e di arancione almeno fino a Pasqua. Per il secondo anno di fila. La prova è nei numeri: ben 27 miliardi su 32 vanno a finanziare misure già in essere. Ma si tratta di misure più selettive del passato. E distribuite sempre a pioggia ma con criteri diversi.

La vera discontinuità è nei 5 miliardi che Draghi ha destinato al capitolo vaccini su cui il premier sta concentrando tutte le energie di queste prime settimane. «I vaccini sono la prima emergenza economica» ha sempre detto e continua a ripetere. Chi prima si vaccina, prima riparte anche economicamente. Da qui i soldi che il decreto Sostegni destina all’acquisto di dosi dei vaccini disponibili, ma anche per la produzione delle fiale in Italia e per la macchina della logistica affidata al commissario per l’emergenza Francesco Paolo Figliuolo. Cambia qualcosa nel capitolo lavoro, spina nel cuore e nel fianco di questo come dell’esecutivo Conte. Il 30 marzo scade il blocco dei licenziamenti, vero e proprio incubo per circa un milione di lavoratori che sono stimati a rischio. Una bomba sociale che nessuno vuole innescare. E però gli indicatori economici dicono che la produzione nell’ultimo trimestre del 2020 ha ripreso (1,7%) e che quindi la crisi non sta colpendo ovunque nello stesso modo.

Da qui la decisione di proseguire con il blocco generale fino al 30 giungo. Da quel momento i settori più vivaci, sicuramente industria e edilizia, saranno svincolati da questa protezione. Per le piccole imprese il blocco prosegue fino ad ottobre. Arriverà fino a fine anno invece la cassa integrazione Covid, «accompagnata – ha promesso il ministro Orlando – dalla riforma organica di tutti gli ammortizzatori». Una jungla di norme che è stata tra le cause principali del mancato o ritardato ristoro a molti lavoratori. La discontinuità con il governo Conte appare evidente alla voce ristori: cambiano criteri e platea dei beneficiari. Ma i soldi restituiti restano “troppo pochi”. Così dicono le varie categorie, prima fra tutti Confesercenti, che ha calcolato la media dei sostegni intorno tra il 5 e il 7% del fatturato del 2019.

Si tratta di 11,1 miliardi da distribuire a 5 milioni e mezzo di beneficiari. Una platea che si arricchisce di 800 mila professionisti iscritti ai vari ordini e che esercitano in proprio. A conti fatti il ristoro sarà di circa 3700 euro. Una cifra che certo non copre i costi fissi – affitti e utenze – dei rispettivi esercizi. La vera rivoluzione, già annunciata ai tempi del Conte 2 riguarda i criteri: addio ai codici Ateco che tanti problemi avevano provocato, d’ora in poi l’indennizzo sarà calcolato per tutte le aziende che hanno fatturato il 30% in meno rispetto al 2019 e sulla base del reddito. Un criterio utile, anche, a fare chiarezza rispetto all’evasione fiscale.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.