De André se ne tornò dalla prigionia con una canzone, Hotel Supramonte, e un odio a metà: restò duro verso gli organizzatori del suo sequestro e della moglie, e comprese le ragioni della manovalanza, dei pastori coinvolti, per il vivandiere, della banda che lo tenne alla catena quattro mesi, chiese la Grazia, ne firmò la richiesta. L’industriale bresciano Soffiantini perdonò tutti i suoi sequestratori, e molti sequestrati, fino ad alcuni decenni fa, erano soliti non cedere al rancore contro chi aveva fatto loro un male indicibile.

Umanamente, solo chi ha subito un dolore è titolare del potere del perdono, ma pochi, in epoche passate, facevano colpa a chi perdonava, anzi: informazione e opinione pubblica tiravano un sospiro di sollievo nel ridimensionare il sentimento del dolore collettivo, aumentava l’empatia verso la vittima. Il perdono era un valore. Più era grande l’ingiustizia, più ci si sentiva ingiustamente fortunati rispetto alle vittime. Si stava con loro. Ora, e da un po’, non si sta più con le vittime, ci si è sostituiti alle vittime.  I torti, alcuni non tutti, appartengono alla collettività, ma non come dolore collettivo, solo come rivalsa verso chi li commette. Meglio, lo sbaglio si ritiene commesso contro tutti, e tutti hanno diritto alla riparazione. Le vittime dirette sono strette in una scelta obbligata, perseguire senza tregua i colpevoli, non fermarsi: stare dietro alla condanna, alla espiazione. Implacabili.

Chi sbaglia ha sbagliato per sempre. Le vittime dirette non possono spartirsi da una società che è vittima nella propria interezza: distaccarsi, comprendere, perdonare, non odiare, è un tradimento inammissibile. La vittima oltre al torto subisce la condanna all’odio. Chi non odia diventa complice dei cattivi. Una divisione netta: giusti e negletti. Una regola ferrea che lascia fuori pochi eletti, i padroni dell’etica, quelli che fanno le divisioni del bene del male in virtù della forza mediatica, economica, del potere che posseggono ed esercitano nel periodo storico. Non ci sarebbe stato nessun odio nei confronti di Silvia Romano se fosse tornata carica di odio, se già prima di sbarcare all’aeroporto di Ciampino avesse invocato la vendetta divina e terrena contro chi l’ha tenuta prigioniera per due anni.

Molti di quelli che ora si scagliano contro la volontaria milanese si aspettavano da lei un odio che avrebbe nutrito l’odio collettivo, che avrebbe reso sequestrati e quindi vittime buona parte degli italiani. Il volto sorridente e la disposizione degli abiti della cooperante hanno rappresentato un tradimento prima che lei parlasse. E allora i giusti, per paura di essere defraudati di una legittima vendetta, hanno scaraventato Silvia fra i reprobi, prendendosi per intero il dolore di due anni di prigionia, e chiedendone direttamente la giusta e implacabile pena.