La notte dei lunghi coltelli nel Pd rivisitata da Massimo Cacciari, filosofo, saggista, accademico, già sindaco di Venezia, con trascorsi da parlamentare ed europarlamentare. Uno che non le manda a dire. Sui Dem, la destra e «la carta Draghi, l’unica che il centrosinistra ha in mano per evitare la disfatta elettorale».

Molto si è scritto e detto sulla formazione delle liste elettorali nel Partito democratico. Resa dei conti, notte dei lunghi coltelli…Lei come l’ha vista?
La derubricherei totalmente a problemi di ordine “tecnico”. Con la riduzione del numero dei parlamentari e con la necessità che aveva Letta di fingere di continuare nella sua strategia, che probabilmente era l’unica rimastagli, di tenere attorno al Pd quanta più gente era possibile, e quindi dovendo distribuire seggi a forze inesistenti, come i socialisti, i verdi, come quelli della cosiddetta sinistra, e in più col fatto che venendo meno Calenda sono a rischio tutti i collegi uninominali, dal primo all’ultimo, cosa doveva fare? All’interno del Pd dovevano saltare tutte le teste che riuscivano a fa saltare. Per salvare i capi e i capetti, ormai a quel punto dovevano sistemare tutti i capilista nel proporzionale, perché ogni altro collegio diventava tra il difficile e l’impossibile. Detto questo, hanno fatto cose inaudite…

Ad esempio?
Prendiamo quello di cui ho avuto più contezza. A Venezia hanno fatto fuori il senatore e il deputato uscenti, ancora giovani e che non avevano finito neanche la prima legislatura, per mettere Fassino, ultrasettantenne con sette legislature, e il segretario regionale del partito, cosa incredibile se si tiene conto che era stato nominato segretario da un anno. Si era fatto nominare segretario esclusivamente per poter fare il senatore o il deputato. Credo che cose del genere siano successe un po’ dappertutto. Dove potevano e dove credevano che la persona non fosse sufficientemente rappresentativa di chissà quale corrente, l’hanno fatta fuori per far posto a capi e capetti oppure alleati che a un certo punto sono stati costretti a imbarcare. Cosa vuoi andare a pensare o a dire, chissà quali grandi lotte politiche e ideali, per cui in base ad una seria lotta politica fai fuori tizio piuttosto che caio. Qui c’è stato l’arrembaggio ai pochi posti sicuri. Mi lasci aggiungere una cosa su Letta..

Prego, professor Cacciari…
Consapevole che il Pd, questo straccio di partito che ha preso in mano, da solo non ce l’avrebbe mai fatta, Letta ha provato a giocare il gioco delle coalizioni: prima con i 5Stelle, poi con Calenda. Col partito che si trova, pure io avrei percorso quella strada obbligata. Il processo non è alle intenzioni, ma ai risultati ottenuti. Ambedue i tentativi sono miseramente falliti. Vogliamo dire che è tutta colpa del pessimo Conte e del traditore Calenda? Questa narrazione può essere consolatoria per chi se la beve, ma Letta stesso sa che le cose non stanno proprio così. Ora si gioca tutto. Ad attenderlo al varco, il 25 settembre, non sono solo i “trombati”, gli “epurati”, ma anche quelli che ambiscono, più o meno velatamente, a far fuori politicamente Letta nel caso, tutt’altro che improbabile, di una vittoria della destra. La forza, se tale può essere definita, di Letta, sul fronte interno, sta nello spessore di carta velina dei suoi competitori. Da questo punto di vista, ciò a cui abbiamo assistito nella formazionale delle liste è una sorta di prova-verità. Che ha rivelato, se ce ne fosse ancora bisogno, un ceto politico dedito alla sua sopravvivenza, prigioniero di un eterno presente, senza una visione del futuro.

Il tutto precipita dopo la rottura del “patto” tra Calenda e Letta…
La stoppo subito. Che ne sappiamo noi della rottura del “patto”? L’abbiamo trovato scritto da qualche parte questo “patto”? È ridicolo il discorso che si sta facendo. Si sono visti alla televisione due personaggi che si davano il bacetto. Dov’è scritto ‘sto patto? È chiaro che ognuno ha cercato di tirare l’altro fino all’ultima dalla sua. È rimasto tutto nell’equivoco. Calenda pensava che alla fine Letta dicesse vabbè, pur di stare con Calenda che qualche voto sicuramente me lo porta, mollo Fratoianni, e dall’altra parte, Letta che pensava: “dopo il bacetto questo qua non mi mollerà come un cane”. È chiaro che tutto è stato giocato sul perfetto equivoco. Ognuno pensava che all’ultimo momento avrebbe ceduto l’altro, piuttosto che fare la figura di m… che hanno fatto.

Da un patto all’agenda. Questo volersi intestare, sia da parte di Calenda sia di Letta, la cosiddetta “Agenda Draghi”…
È l’unica carta credibile, spendibile, che hanno, gli uni e gli altri. È questa e solo questa. Pensano davvero di poter recuperare il voto degli insegnanti perché improvvisamente si accorgono che gli insegnanti guadagnano la metà o un terzo dei colleghi europei. Ma chi ha governato in questi vent’anni?! Hanno qualche credibilità su questo? Non scherziamo, per favore. Dove siete stati in tutto questo tempo, su Marte? La loro vera carta, come continuo a dire, è quella. Magari su qualche anziano “bella ciao” può far premio la paura della Meloni in camicia nera. Ma fare una campagna elettorale puntando sul rischio del fascismo sarebbe una idiozia politica colossale, un autogol clamoroso. La paura vera su cui fare leva è l’altra…

Vale a dire?
Questa destra, la Meloni, che rapporti avrà con le autorità europee? Che rapporti avrà con gli alleati americani? E con i grandi mercati finanziari? Dire: badate che la sicurezza, cioè Draghi e aggiungiamoci pure Mattarella, siamo noi. Questa è l’unica carta politica che hanno da giocare. L’unica che abbia una sua fondatezza. Tutto il resto sono chiacchiere, è retorica, propaganda. Questa no. Lo sa benissimo anche la Meloni. Guardi che salti mortali sta facendo per accreditarsi oltreoceano o nei circoli internazionali che contano per davvero. Lo sa benissimo che questa è l’unica carta valida in mano ai sui avversari. Ed è lì che gioca, insistendo su un profilo iperatlantista o provando a moderare l’antieuropeismo che viene dal suo passato. Neanche troppo lontano. Mentre quell’essere di Salvini spara le sue solite minchiate, la Meloni invece ha capito perfettamente che la carta che ha da giocare il cosiddetto centrosinistra è questa. Lo sa benissimo e cerca di smontargliela. Questa è l’unica carta che hanno in mano, per arrivare a che cosa?

Domanda intrigante, in attesa di risposta.
Non certamente a vincere. A meno che non scoppino scandali clamorosi – non so, che trovino un assegno firmato da Putin per Salvini – il centro e il centrosinistra non vincono. Però, se giocano bene questa carta, se vengono appoggiati da una grande propaganda internazionale su questo tema, possono giungere a una situazione quale quella che hanno esplicitamente detto Calenda e Renzi: la destra vince, riesce magari a formare un governo, ma un governo debolissimo, con numeri molto risicati, che può andare in crisi nel giro di pochi mesi, e allora succede che Mattarella interviene e li obbliga a una solidarietà nazionale. E a quel punto tutti rientrano in gioco. Io credo che questo scenario sia tutto sommato quello più realistico.

Metà degli italiani sono fortemente indecisi se andare a votare il 25 settembre. Una parte si dice disgustata dalla politica. Che si fa, se il popolo non è d’accordo cambiamo il popolo?
Questa è stata l’idea dei nostri amici da parecchio tempo…

Un’idea per fortuna impraticabile. Ma fuor di battuta, come si può tornare a parlare con il mondo dei non votanti?
Ormai è difficile, al limite dell’impossibile. Bisognerebbe mutare il processo di formazione del ceto politico, che all’interno dei partiti si comincino a fare dei congressi degni di questo nome, discutendo davvero di come è cambiato il mondo, di quali sono le carte che questo nostro povero Paese può ancora giocarsi. Senza fare retoriche consolatorie. Non raccontiamoci balle: questo Paese è in una situazione di drammatica decadenza. Occupazione giovanile e femminile, situazione di scuola e ricerca, fuga dei cervelli, precariato di massa, lavoro nero, sud/nord, contraddizioni e disuguaglianze che non si attenuano. Questa è la situazione. E stiamo messi così male perché nessuna delle riforme essenziali è stata minimamente avviata: né scuola, né sanità, né assetto regionale, né pubblica amministrazione…Perché Draghi ha detto buongiorno amici, io me ne vado?

Perché, professor Cacciari?
Ma perché lui ha fatto il suo mestiere, ha ottenuto le risorse, ha ottenuto il permesso di continuare nell’indebitarci etc., ma poi quando è scoccato il tempo della fase 2, quella delle riforme, ha capito che con questo assetto politico, con questi equilibri politici, era impossibile. È chiaro come il sole, a meno di non ritenere Draghi uno che a un certo punto si rompe le scatole e prende e se ne va.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.