Vista dal Nazareno è la cronaca di una falcidia generalizzata. Vista dai territori, quei preziosi serbatoi di coraggio, pazienza e passione civica, una guerra tra correnti di cui si fa fatica immaginare cosa possa restare alla fine. Base Riformista, la corrente degli ex renziani che però nel 2019 hanno detto no a Matteo Renzi e ad Italia viva, è stata decapitata: tra Camera e Senato sono rimasti in lista una decina di nomi (tra cui Guerini, Marcucci, Alfieri, Parrini e una sola donna, Alessia Rotta), gli uscenti sono tra i 60 e i 70.

«La mia esclusione è una scelta politica», ha sottolineato Luca Lotti, cofondatore di Base Riformista, forse colui al quale è costato di più dire addio all’amico Matteo. La sua esclusione dalle liste, nonostante la richiesta esplicita del territorio, è solo la prima di tante esclusioni eccellenti. Con un obiettivo chiaro, racconta un deputato dem candidato quasi per risulta in un collegio del Nord che tutti gli uffici studi danno blu intenso, cioè quasi sicuramente al centrodestra: «La strategia di Letta è chiara: colpire tutte le correnti, umiliarle, svuotarle, piegarle per poi crearne nei fatti una sola, la sua». Poi qualcuno dice che l’accanimento e la determinazione siano più nello stile di Marco Meloni, il suo plenipotenziario, che in quello del “gentile” Letta. Così si spiegano alcuni racconti del Ferragosto più incredibile nella storia del Pd. Il segretario e il plenipotenziario chiusi nella sede di Arel, il think tank di Andreatta di cui Letta manda avanti l’eredità culturale e politica. I capi corrente, sindaci e governatori scesi o saliti a Roma per tutelare i propri beniamini, qualche diretto interessato e cioè deputati e senatori in odore di scherzetto, tutti dentro gli uffici del Nazareno ad urlarsi addosso. Fuori e dentro dalle varie stanze, su e giù per i corridoi, veleni e cattiverie.

Tra i presenti, in percentuale più donne che uomini che poi si vedrà che in effetti le donne hanno pagato un prezzo più alto. Tra i più vivaci nelle provocazioni pare sia stato Andrea Orlando: Letta ha ospitato in posti sicuri/molto sicuri sei esponenti di Articolo 1 (Speranza, Stumpo, Rossi, Fornaro, Guerra e Scotto) pesandoli in quota sinistra Pd. Che sarebbe l’area occupata dal ministro del Lavoro. E questo non deve essere piaciuto molto. Il problema è che in questo movimento di porte sbattute, passi nervosi nei corridoi e schiamazzi vari, Letta e Meloni restavano a circa 800 metri di distanza completamente blindati: porte chiuse (qualcuno ha provato ad andare ma senza risultato) e anche i telefoni spenti. Tutto questo dalle 11 del mattino alle 23 e 30 quando, dopo cinque rinvii, la Direzione è finalmente iniziata. «Termino questo esercizio con un profondo peso sul cuore per i tanti no che ho dovuto dire. Un peso politico e umano. Ma la politica è questo: assumersi la responsabilità», ha detto Letta ieri sera concludendo la Direzione intorno all’una del mattino.

Nella grande sala che affaccia sulla terrazza del Nazareno, si sono sentiti brusii e risatine amare. Nell’intervento il segretario ha voluto sottolineare la “profonda differenza rispetto alla modalità con cui furono fatte le liste nel 2018, nel segreto di una stanza”. Cioè ai tempi di Renzi segretario. Anche quella del febbraio 2018 fu una notte dei lunghi coltelli, vento gelido e temperature fredde. «Però Renzi almeno restò chiuso in una stanza qui al Nazareno e ogni tanto qualcuno che era con lui rispondeva al telefono», si commentava tra i presenti. «Paragone sbagliato: Renzi era stato eletto segretario con il 70% dei voti alle primarie e candidò il 70 per cento dei suoi». Mormorii di una notte lunga, calda e appiccicosa. A cui ieri ha voluto rispondere l’ex segretario. Ieri però ha voluto rispondere lo stesso Renzi: «A me pare che – dalla scelta di come costruire la coalizione ai nomi nelle liste – la guida di Enrico Letta si sia caratterizzata più dal rancore personale che dalla volontà di vincere. Vedremo i frutti il 26 settembre».

Il giorno della chiusura delle liste è sempre una Spoon river di lamenti, ricordi, rivendicazioni, denunce. Ci sono i “sommersi” che aprono bocca dopo settimane di silenzio per evitare passi falsi. Ci sono i “salvati”, sulla pelle di colleghi e compagni di banco, che dicono il meno possibile, “grazie”, “onorato”, “ce la metterò tutta”. Questa giornata riesce sempre ad assumere toni e colori quasi epici in casa Pd. La notte scorsa ha confermato le aspettative andando anche oltre. «Nessuna tensione, solo discussioni fisiologiche, siano un partito», è la versione del Nazareno. Pagano le donne, al di là delle correnti, perché escluse o messe in collegi impossibili. «Dal segretario Letta ho ricevuto uno schiaffo», ha denunciato ieri la senatrice Monica Cirinnà, area Bettini, bandiera della comunità Lgbt da quando, ai tempi del governo Renzi riuscì a far approvare la Unioni civili. Per lei il collegio Senato uninominale Roma 4 «un territorio per il quale io non sono adatta. È stata fatta carta straccia degli accordi e delle indicazioni che arrivano dai territori. Ho pensato a lungo sul da farsi ma non scapperò e combatterò come un gladiatore».

Ha deciso di provarci, anche se il suo collegio (uninominale Camera Massa-Pisa-Livorno) è “blu notte”, cioè del centrodestra, Martina Nardi, la deputata che proprio Lotti indicò alla guida della commissione Attività produttive. «È difficile, quasi impossibile ma ho deciso di provarci perché è tempo di restituire al mio territorio quel tanto che ha ricevuto», ha scritto su Facebook. Anche per lei una giornata durissima al Nazareno. Come per Alessia Morani, ex sottosegretario allo Sviluppo economico nel Conte 2. «Rinuncio, per me le Marche sono un collegio impossibile». La lista è lunga: niente da fare per Giuditta Pini dei Giovani turchi di Orfini, punita come il giovane siciliano Fausto Raciti; per Rosa Maria Di Giorgi, fiorentina e area Franceschini (per il ministro della Cultura un collegio blindato a Napoli a Napoli); per l’ex ministro all’Istruzione Valeria Fedeli e per la sindacalista Carla Cantone, entrambe di Base Riformista. Come Patrizia Prestipino, signora dei voti a Roma ma messa come quarta in un collegio dove il quarto non scatterà mai.

Anche il sottosegretario alle Politiche Europee Enzo Amendola che Draghi ha voluto accanto a sé in questo governo, non è stato trattato benissimo: quarto nel collegio Napoli-Senato in Campania dopo Franceschini e Valeria Valente. Amendola, come un’altra decina di parlamentari, è intenzionato a lasciar perdere. Ieri sera Letta gli ha rivolto un appello a provarci. Analogo appello a Emanuele Fiano (anche per lui un collegio difficile in Lombardia) e al professor Stefano Ceccanti, costituzionalista e uomo chiave in tanti passaggi delicati della legislatura a cominciare dall’impasse sulle elezione del capo dello Stato. Letta ha voluto blindare a Bologna-Senato Pierferdinando Casini perché “il suo sarà un ruolo chiave quando ci sarà da difendere la Costituzione”. Non si capisce perché, a maggior ragione, non debba essere tutelato Ceccanti che invece è stato messo per quarto nel collegio Camera Pisa-Livorno dopo Nicola Fratoianni, Caterina Bini e Arturo Scotto (napoletano). Anche Ceccanti è di Base Riformista ed è punto di riferimento dei cattolici-progressisti che al momento stanno riflettendo a chi dare il proprio voto nel caso il Professore fosse costretto a rinunciare per la candidatura infelice.

Ci sono una serie di piccole mezze bugie diffuse dal Nazareno per giustificare alcune candidature e altre non candidature che non piacciono alla base del Pd, ai territori che si vedono calare dall’alto candidati slegati dalla vita del collegio. Negli ultimi giorni i dirigenti del Pd hanno provato a far passare l’idea che i tagli sono stati “inevitabilmente più numerosi a causa del taglio dei parlamentari” passati da 945 a 600. È una scusa che va smontata. Il Pd infatti ha il 13 % nelle Camere uscenti. I sondaggi lo danno al 25%. In numeri assoluti è destinato a mantenere i 136 seggi attuali e non a diminuirli. Non solo.

Gli stessi dirigenti Pd stanno spiegando che se Fratoianni e i Verdi, + Europa e Tabacci-Di Maio non arrivano al 3% ma stanno sopra l’1%, quei voti andranno nel calderone Pd e potrebbero far scattare altri dodici seggi. Tecnicamente vero. Ma solo possibile. Nessuna certezza. La verità è che per via delle rinunce, le liste non sono ancora chiuse. Molto può ancora succedere. Chi è rimasto fuori, o si è chiamato fuori, ha comunque già segnata una data sul calendario: il 26 settembre. Chiuse le urne, sarà il momento di convocare il congresso. E di rimettere a posto pesi, contrappesi, identità e anima. Ne consegue, anche il segretario.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.