Conoscevano i suoi movimenti e alla fine si sono fatti trovare sotto casa, incuranti della presenza della compagna, coetanea, incinta di otto mesi. Hanno aspettato che parcheggiasse la Fiat Panda di colore nero lungo via Luigi Crisconio, poi una volta che Carmine D’Onofrio, 23 anni, incensurato, è sceso dall’auto, sono entrati in azione probabilmente in sella a uno scooter di grossa cilindrata esplodendo ben sette colpi d’arma da fuoco (calibro 45 mm), tutti andati a segno. Nella zona non sono presenti telecamere quindi per i carabinieri sarà difficile ricostruire il percorso dei sicari. D’Onofrio è stato soccorso e trasportato al pronto soccorso dell’ospedale Villa Betania, che si trova a poche centinaia di metri da dove è avvenuto l’agguato, ma è deceduto. Troppe le sette pallottole che lo hanno raggiunto in più parti del corpo, soprattutto al torace e all’addome.

E’ la cronaca dell’ultimo omicidio di camorra avvenuto poco dopo l’una di notte di mercoledì 6 ottobre a Ponticelli, periferia est di Napoli, dove da mesi la faida tra il clan De Micco (supportato dagli “XX” della famiglia De Martino) e l’organizzazione De Luca Bossa-Minichini-D’Amico (supportata anche dai Casella) ha già fatto segnare tre omicidi, oltre a diversi raid armati (stese) e alle ‘celebri’ bombe lasciate esplodere in strada a ridosso delle abitazioni dei nemici, senza tenere in considerazione eventuali vittime collaterali (come ad esempio la donna e il figlio feriti dalle schegge provocate dall’esplosione la scorsa settimana).

Una settimana prima la bomba sotto casa del boss rivale

Proprio dall’ultima bomba, piazzata il 28 settembre scorso nei pressi del luogo di residenza di Marco De Micco, scarcerato nei mesi scorsi, bisogna partire per provare a ricostruire l’ultimo, efferato, omicidio di camorra che ha come vittima un giovane che “faceva lavori saltuari” e che ha come unica colpa, in attesa che la circostanza venga cristallizzata dai successivi approfondimenti investigativi, un legame di parentela pesantissimo, almeno nelle logiche malavitose: è il figlio, non riconosciuto, di Giuseppe De Luca Bossa, 44 anni, elemento apicale del clan in questione, arrestato giusto un anno fa per estorsione. Quest’ultimo è il fratello del boss Antonio, detto ‘Tonino ‘o sicco’, 50 anni, ex killer dei Sarno e in carcere da circa 15 anni anni (dopo un periodo trascorso in una clinica psichiatrica) per via di una condanna definitiva all’ergastolo per l’autobomba di via Argine del 25 aprile del 1998 (in cui morì Luigi Amitrano, il nipote del boss Vincenzo Sarno, vero obiettivo dell’attentato) che segnò la rottura tra la famiglia di Ciro Sarno, ‘o sindaco di Ponticelli, e il suo killer di fiducia.

“Carmine lavorava”, l’ipotesi della vendetta trasversale

D’Onofrio sarebbe stato ucciso per una vendetta trasversale. Era considerato un bersaglio facile vista la sua estraneità all’ambiante malavitoso. Con il padre Giuseppe aveva un rapporto cordiale ma non sarebbe mai entrato negli affari del clan. “Faceva lavori saltuari, era un giovane che con la camorra non c’entra nulla” fanno sapere le persone presenti in via Crisconio durante i rilievi dei carabinieri.

L’omicidio sarebbe da inquadrare nella faida in corso (che però va avanti da circa 10 anni nonostante i numerosi arresti di polizia e carabinieri) che ha già visto tre vittime negli ultimi sei mesi. Dopo Giulio Fiorentino, 29enne legato ai De Micco-XX, ucciso il 15 marzo scorso (nell’agguato è stato ferito un altro giovane affiliato del clan, Vincenzo Di Costanzo), il 12 agosto scorso è stato ammazzato Salvatore De Martino, 46 anni, ritenuto elemento apicale dei De Luca Bossa-Minichini. L’esecuzione di quest’ultimo, avvenuta all’interno dei palazzoni popolari di via De Meis con un colpo in pieno volto, lascia ipotizzare agli investigatori che possa essersi trattato di una epurazione interna a clan per questioni di droga.

L’omicidio per errore di Antonio Minichini e l’inizio della faida

I killer sono entrati in azione, ma questo potrebbe essere solo un caso, al termine di una giornata iniziata con l’assoluzione, in secondo grado, di Salvatore De Micco (fratello di Marco e Luigi, i tre boss dei “Bodo”) e Gennaro Volpicelli, imputati per l’omicidio di Antonio Minichini e Gennaro Castaldi. Così come scrive Il Roma, martedì mattina, 5 ottobre, la Corte d’assise d’appello di Napoli li ha assolti dopo che in primo grado erano stati entrambi condannati alla pena dell’ergastolo.

Proprio l’omicidio di Antonio Minichini, figlio di Anna De Luca Bossa, 46 anni, (sorella di Tonino e Giuseppe) e Ciro Minichini, ucciso per errore a 19 anni il 29 gennaio 2013 mentre si trovava, all’interno del rione Conocal, con Gennaro Castaldi, 21 anni, affiliato al clan D’Amico (i Fraulella di Ponticelli) e reale obiettivo dei sicari, avrebbe dato il là alla violenta e sanguinaria contrapposizione tra i clan. Contrapposizione che ha visto i De Micco-De Martino (o XX così come si sono autonominati sui social) prendere il sopravvento qualche anno dopo arrivando addirittura ad ammazzare Annunziata D’Amico. Era il 10 ottobre 2015 e la madrina del rione Conocal (sorella dei boss Giuseppe e Antonio D’Amico, all’epoca detenuti) venne uccisa fuori la sua abitazione da un commando di fuoco che agì a bordo di scooter di grossa cilindrata.

De Micco dietro l’omicidio della ‘Passilona’ e l’agguato ad Anna De Luca Bossa

A distanza di anni le indagini hanno fatto il loro corso e parte dei responsabili dell’efferato omicidio, che proclamò i De Micco padroni indiscussi del quartiere di Napoli est, sono stati identificati. Uno di loro, Flavio Salzano, non c’è più. Il 31 agosto del 2016 venne ritrovato cadavere in un’auto, crivellato con quattro colpi di pistola alla testa. L’altro, Antonio De Martino, 32 anni, è in carcere dal 28 novembre 2017 dopo il blitz della Squadra Mobile di Napoli che smantellò il clan dei tatuaggi (Bodo), guidato all’epoca da Luigi De Micco, fratello maggiore di Marco e Salvatore. De Martino è  accusato di omicidio premeditato, detenzione e porto illegale di arma comune da sparo e ricettazione con la circostanza aggravante di aver agito avvalendosi delle condizioni di cui all’articolo 416 bis derivanti dalla partecipazione all’organizzazione camorristica denominata clan De Micco, nonché al fine di agevolare e consolidare l’espansione dell’associazione di appartenenza nel quartiere di Ponticelli.

In precedenza sempre i De Micco hanno provato a uccidere, nel luglio 2014, Anna De Luca Bossa, 46 anni, mentre si trovava in compagnia di alcune amiche all’una del mattino. Raggiunta da più proiettili alle spalle, alle gambe e al bacino, la donna riuscì a sopravvivere. Cinque anni dopo il presunto autore del tentato omicidio è stato arrestato dai carabinieri. Si tratta di Gaetano Carrano, oggi 28enne, ritenuto affiliato al clan De Micco.

I De Luca Bossa e l’omicidio dell’innocente Ciro Colonna

La stessa De Luca Bossa è stata invece condannata, nel settembre 2019, all’ergastolo per il duplice omicidio, avvenuto il 7 giugno del 2016, di Raffaele Cepparulo, 25 anni, elemento di spicco del clan Esposito-Genidoni, i Barbudos del Rione Sanità, e di Ciro Colonna 19 anni, giovane incensurato che frequentava quel circolo del Lotto Zero di Ponticelli, periferia est di Napoli, perché il territorio dove viveva non offriva niente di meglio. E’ stata lei, secondo quanto emerso dalle indagini, a mandare l’sms ai due killer dopo aver accertato la presenza di Cepparulo all’interno del circolo. Antonio Rivieccio e Michele Minichini (figlio di Ciro e fratellastro di Antonio Minichini) sono considerati gli autori materiali del duplice omicidio (Rivieccio uccise per errore Colonna mentre Minichini finì Cepparuolo). Colonna venne ucciso perché il suo tentativo di recuperare gli occhiali da terra durante la fuga venne frainteso dall’inesperto killer che sparò senza esitazioni.

Il movente dell’omicidio fu la presenza a Ponticelli di Cepparulo che dopo i numerosi arresti avvenuti nel clan Esposisto-Genidoni si avvicinò ai De Micco di Ponticelli, rivali dei Minichini-De Luca Bossa e dei Rinaldi.

 

*Nella foto in alto da sinistra: Anna De Luca Bossa e i tre fratelli (Salvatore, Luigi e Marco) De Micco. Al centro la vittima Carmine D’Onofrio. Al centro e in basso a sinistra Annunziata D’Amico e un tatuaggio di Michele Minichini in ricordo del fratellastro Antonio ucciso per errore

Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.