I vecchi della montagna, quelli che col mondo si sono incontrati raramente e dopo ogni incontro hanno preso al bivio la strada che andava in direzione opposta, quando incontrano un castagno carbonizzato dal fuoco vi si prostrano ai piedi, aprono le cateratte agli occhi e liberano cascate di lacrime fra salti di zigomi rocciosi e petti di marmo appuntiti. Per immaginarlo, non capirlo, il dolore che li cuoce, lo si deve vedere un castagno che muore: un fuoco innocuo di sterpaglie intorno al tronco che neppure lo scalda, l’alito di una formica sul volto di un drago. Una scintilla che si insinua in una radice e dopo, a distanza di una settimana, la brace esplode inaspettata nel cavo dell’albero, un rogo assurdo, di cui non si capisce la ragione, un fuoco infame, irreversibile. Nemmeno un fiume lo spegne più. La morte avanza. Attimo dopo attimo in un tempo che non vuol finire. E il castagno urla, una pena inconsolabile che si spegne con l’ultimo morso del fuoco, quando tutto è nero.

L’inferno esiste, dicono i vecchi, ed è il cavo di un castagno che brucia. Un rogo di sterpaglie che uccide i millenni di un castagno non è la morte di un albero, è l’uccisione dell’umanità. Il ginocchio di Derek Chauvin sopra il collo di George Floyd è il fuoco dentro il castagno, ha ucciso l’umanità, non un uomo, sterpaglie i poliziotti intorno a Chauvin, sterpaglie le persone intorno ai poliziotti. Chiunque sia stato vicino a quel rogo e non sia corso a prendere un secchio d’acqua, anche se sarebbe stato inutile, è sterpaglia. E chiunque non trovi dentro di sé l’umanità per versare una lacrima per ogni grido di George Floyd è erba secca, gialla e morta. George era già nero, Chauvin non ha dovuto nemmeno attendere che si carbonizzasse, ha contato solo i battiti in gola dell’uomo a terra, quando sono cessati si è alzato, le urla non le ha sentite nemmeno, canticchiava accompagnato dal rombo del Mississippi, che se ne sta a due passi ed è abituato ai cadaveri dei neri, come lo era dei nativi.

E ora non ci abboccheremo più alle favole che ci arrivano dall’America, ma dopo Cucchi, Aldrovandi, Magherini, non dovremmo nemmeno intenerirci con le fiabe del Belpaese. Queste sono tragedie in cui un paragone non lo trovi neanche con gli esordi dell’uomo sulla terra, in cui una morte, sempre sbagliata, aveva una causa scatenante. George Floyd è morto per far vedere come muore l’umanità. Per dimostrare che l’inferno esiste, e che a Chauvin gli si può perdonare tutto su questa terra, ma ci sarà un cavo di castagno in fuoco ad aspettarlo, alla fine.