A Ilaria Capua la gogna, l’ignobile etichetta di “trafficante di virus”; alla Cina solo gratitudine e capi chinati. Questi sono i grillini: giustizialisti con gli innocenti, ultragarantisti con chi attraverso le sue omissioni ha consentito la diffusione di una pandemia.  Quando nel 2014 la virologa di fama mondiale Ilaria Capua, all’epoca parlamentare di Scelta Civica, venne sbattuta in prima pagina sull’Espresso con le accuse di trafficare virus e provocare epidemie, i 5 stelle “nel dubbio” ne chiesero le dimissioni. Le accuse dei grillini e di certa stampa furono talmente violente che la professoressa Capua decise di dimettersi. Anche se due anni dopo sarebbe stata assolta perché il fatto non sussiste.

A causa del Coronavirus sono già morti quasi 15mila italiani, ma nessuno nel governo, tantomeno il nostro ministro degli Esteri Di Maio, ha ancora compiuto un atto dovuto: denunciare la Cina per negligenza criminale ai sensi dell’articolo 6 del Regolamento Sanitario Internazionale. L’azione penale è obbligatoria in Italia, ma evidentemente non è poi così obbligatoria con gli amici. Nei rapporti con Pechino, infatti, il governo italiano sembra essere diventato cieco: mentre negli Stati Uniti scattano le prime class action contro le responsabilità cinesi, in Italia queste restano tabù e la Cina viene trattata con tutti gli onori, tanto che a ogni donazione di Pechino si attiva una efficientissima macchina della propaganda.

In tal senso sarebbe bello sapere, a fronte dei 100 milioni di dollari promessi dagli Usa, quanto valgono gli aiuti cinesi e quanto invece stiamo sborsando noi per acquistare materiale, magari inadeguato, dalla Cina. Vorremmo capire come la Cina, presunto responsabile di una pandemia ai sensi del diritto internazionale, si sia trasformato improvvisamente in eroe salvifico. Ma torniamo alla questione giuridica. Come già fatto notare da Antonio Selvatici dalle colonne di questo giornale, secondo l’articolo 6 del Regolamento Sanitario Internazionale – sottoscritto anche dalla Cina nel 2005 – ogni Stato “deve notificare all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) entro ventiquattro ore dalla valutazione delle informazioni relative alla salute pubblica, tutti gli eventi che possono costituire all’interno del proprio territorio un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza nazionale”.

Come è noto la Cina non ha rispettato questo articolo. Anzi, nei giorni in cui Pechino taceva le informazioni all’Oms e al mondo, non si dimenticava di punire ferocemente coloro che lanciavano l’allarme. Pechino è responsabile? Probabilmente sì, ma vorremmo che fossero gli organi preposti a deciderlo e vorremmo anche che il nostro governo avesse il coraggio di avanzare questa denuncia nelle sedi opportune. Come già sottolineato da James Kraska, docente allo Stockton Center for the Study of International Law, al Riformista, «nessuno accusa la Cina di aver creato volontariamente una pandemia, ma le sue omissioni, i suoi occultamenti, ne hanno consentito una diffusione massiccia, in Cina e nel mondo».

E mentre avanza la pandemia, continua anche l’avanzata cinese. Una marcia che precede il Coronavirus e che ha mire di influenza che vanno dall’Asia ai porti dell’Europa mediterranea. La strategia, nel corso degli ultimi decenni, si è ripetuta all’incirca allo stesso modo: prima la Cina si dimostra disponibile ad abbracciare i Paesi in difficoltà, poi a stringerli con finanziamenti o condizioni apparentemente vantaggiose, poi ad assoggettarli alla propria sfera di influenza facendo leva sui prestiti elargiti per realizzare opere o investimenti di discutibile utilità. Molti stati, dall’Egitto alla Malesia, ne sanno qualcosa.

E l’Italia rischia di finire a fare l’avamposto della morsa cinese in Europa. Un’Italia che ingenuamente loda Pechino e che colpevolmente tace di fronte alle disgustose accuse che i media di stato cinesi rivolgono alla nostra nazione, accusandola di aver portato lei il virus. Il Global Times – organo di informazione controllato dal Partito Comunista Cinese– ci ha infatti accusato di aver diffuso noi il virus nel mondo e negli ultimi giorni ha iniziato a riportare il numero degli stranieri infetti che hanno portato il CoVid-19 in Cina. Tra questi, alcune decine di italiani. La realtà si è ribaltata: i cinesi ci aiutano, noi siamo diventati gli untori.

In questo scenario di propaganda e assoggettamento, nessuno sembra tener conto dei numeri reali, quelli che insieme ai valori della nostra civiltà dovrebbero guidare le nostre scelte in politica estera. In termini di import ed export ciò che noi compriamo dalla Cina è il triplo di ciò che la Cina compra da noi. Loro però sono un miliardo e qualcosa.
Con gli Stati Uniti, nostro storico e affidabile alleato da cui in questi anni più che mai ci siamo allontanati, e che pochi giorni fa ci ha dimostrato la sua amicizia promettendoci aiuti per 100 milioni, è l’esatto opposto: gli americani comprano da noi il triplo di ciò che gli italiani comprano da loro. In altri termini: il nostro sistema economico, la nostra bilancia commerciale, con gli Usa ci guadagna molto e con la Cina ci perde molto.

Su questi dati abbiamo insistito negli ultimi anni, ed è alquanto curiosa la circostanza che dopo la firma del protocollo per la Via della Seta, forse a causa del restyling del sito internet del ministero dello Sviluppo Economico, non siano più facilmente reperibili. In tal senso auspico che il ministro Patuanelli dia mandato di rendere quei numeri facilmente accessibili, come erano una volta, poiché sono dati pubblici.

Ad ogni modo, l’inadeguatezza di una parte importante della classe dirigente europea non può indurci a cedere alle spregiudicate moine d’Oriente. Al contrario: se ciascuno giocherà per se stesso, ci troveremo dipendenti dalla Cina. In gioco c’è molto più che la gestione di un’emergenza economico-sanitaria immane o il destino dell’Europa unita, in gioco c’è il nostro destino. E se quando tutto questo sarà finito non vorremo trovarci prigionieri della morsa cinese sarebbe bene cambiare politica estera subito.