Le parole pronunciate tre giorni fa da papa Francesco («I figli Lgbt sono figli di Dio») a Napoli hanno un effetto ancora più dirompente. Arrivano a pochi giorni dalla storia di Maria Paola che a Caivano ha perso la vita in un incidente stradale provocato, secondo le accuse, dal fratello che ostacolava la relazione di lei con Ciro, un ragazzo transgender. Arrivano nelle parrocchie e nelle famiglie, nelle periferie e nei quartieri del centro. Arrivano con il messaggio di abbattere i tabù su orientamento sessuale e identità di genere. Perché i tabù ci sono e sono più radicati e insidiosi di quanto si pensi.

Lo dice anche don Luigi Merola, uno dei parroci di frontiera di Napoli che più si è speso per la lotta alla camorra e per il sostegno ai ragazzi a rischio e alle famiglie più disagiate. «All’interno della Chiesa sappiamo che papa Francesco ha cambiato ormai tutto – commenta don Merola – ha aperto le porte a tutti, anche a coloro che hanno scelto di vivere scelte sessuali diverse. Papa Francesco ha fatto una pastorale rivolta anche a loro e che ha cambiato il modo di affrontare questo tema». C’è un gap da colmare. «Le persone vanno sostenute, aiutate, devono fare il proprio percorso di vita e non escluse dalla società e dalla Chiesa – aggiunge don Luigi Merola sottolineando l’importanza della linea dettata da papa Francesco – È stata una grande vittoria per me questa apertura di papa Francesco». Don Merola sottolinea però anche le criticità che tuttora ci sono. «Sappiamo che la pastorale all’interno di ogni parrocchia può essere diversa. Seppure il Papa dà delle indicazioni sappiamo che i sacerdoti sono esseri umani e non sempre sono aggiornati, tante volte vedono ancora queste persone come un male in assoluto, un atteggiamento che non fa bene a nessuno».

«Un sacerdote – spiega don Merola – che non ha comprensione e che non aiuta queste persone è cosa da Medioevo. Grazie a Dio la Chiesa ha superato questa grande difficoltà. Ma ci sono ancora preconcetti e condizionamenti medievali che sono da superare». Nelle periferie il discorso è più complesso. «Analizzando questo fenomeno dal punto di vista di quello che facciamo a Napoli, occupandoci di bambini – osserva don Merola che è l’anima della Fondazione A voce d’è creature impegnata per i bambini della periferia cittadina – e di formazione, di educazione di disagio, bisogna considerare il fattore cultura. Ci troviamo di fronte a un problema la cui difficoltà è educativa e a un contesto dove sono evidenti il vuoto culturale, l’assenza di istituzioni, anche scolastiche, dove c’è tanta ignoranza. E l’ignoranza è il male peggiore di Napoli, anche più della camorra, perché quando c’è cultura, quando c’è informazione, è difficile che si scelga la strada della camorra o della violenza, quella che poi può portare alla morte come nel caso della tragedia di Caivano».

Don Merola spiega l’utilità di aiutare i giovani nel loro percorso di consapevolezza, di diritti, di libertà, di identità. «È importante che istituzioni, famiglie, scuole, parrocchie, ognuno faccia la propria parte – dice – e non va sottovalutata l’educazione sessuale, che va fatta sin da quando sono piccoli. Alla Fondazione ci occupiamo di minori, abbiamo assistito anche ragazzi che hanno scelto una vita sessuale diversa da quella che si può immaginare e li abbiamo aiutati, e abbiamo aiutato i genitori. Abbiamo anche fatto percorsi formativi per i bulli, per i persecutori, per coloro che pensano che le persone con diverso orientamento sessuale siano persone fuori dal mondo – aggiunge – Ma le iniziative di pochi non possono bastare. Sono piccole oasi, invece tutti dovrebbero fare queste cose, tutti dovrebbero investire in educazione sessuale per fare in modo che sia fatta in tutte le scuole, in tutte le parrocchie, oltre che in tutte le famiglie». «Siamo nel 2020 – conclude don Luigi – ma il sesso è ancora visto come un tabù, e questo non aiuta a risolvere i problemi. La vita sessuale l’ha creata Dio e il sesso, se vissuto in maniera serena e consapevole, è una scelta di amore, è donazione».