Il welfare per la comunità LGBT non c’è. L’attenzione e i servizi per i loro problemi, dalla povertà alle questioni sanitarie, sono ancora scarsi. Manca anche un censimento vero e proprio, cioè non si conosce quante realmente siano le persone gay, lesbiche, bisessuali, transessuali. Un mondo per certi versi ancora poco conosciuto e troppo spesso tenuto nascosto. Un mondo che è stato un tabù fino a pochi anni fa. Fabio Corbisiero è docente di Sociologia dell’ambiente e del territorio presso il Dipartimento di Scienze sociali dell’Università Federico II di Napoli, coordinatore del consiglio scientifico dell’Associazione italiana di sociologia (sezione Studi di genere) e coordinatore dell’Osservatorio LGBT. L’Osservatorio è uno dei pochissimi centri in cui si fa studio e ricerca su questi argomenti. «Nasce nel 2012 – racconta Corbisiero – dalla mancanza nella comunità scientifica di un centro di ricerca che si occupi delle persone LGBT».

Non è l’unico vuoto da colmare. Il più grande è quello dei servizi, del welfare, della formazione. «A partire dagli anni ’80 si è lasciato fare alle associazioni, alla militanza e all’attivismo. Ci sono stati progetti ma con tutta l’intermittenza possibile sia in termini di fondi che di servizio stesso». Napoli rappresenta un’eccezione positiva se si pensa che dallo studio condotto da Corbisiero e raccolto nel volume Città arcobaleno, è nella top ten delle città italiane in fatto di attenzione ai temi LGBT, anche grazie a una collaborazione tra istituzioni e Federico II. Molto, però, c’è ancora da fare sul fronte dell’inclusione.

«C’è un ritardo culturale dovuto un po’ a un orientamento cattolico e un po’ al fatto che l’argomento è complesso. LGBT include varie identità sessuali che molto spesso sono nascoste – sottolinea il sociologo – perché non tutti sono militanti o attivisti, molti si nascondono. Per questo l’argomento è difficile da studiare, noi in sociologia parliamo di hidden populations, cioè popolazioni nascoste. Non possiamo neanche campionare: mentre l’Istat riesce a fare un censimento di tutta la popolazione, noi non riusciamo a fare un censimento della popolazione LGBT. È un numero che non conosciamo». Questione di cultura, dicevamo. «Le società – spiega Corbisiero – non sono formate sulle differenze. Prima che le differenze diventino diseguaglianze bisognerebbe formare le persone».

Come? «Cominciando da scuole, parrocchie, università: dovrebbero fare tutte più formazione. C’è ancora un gap tra uomo e donna, figuriamoci tra eterosessualità e omosessualità – aggiunge il docente – Viviamo in una società eteronormata dove tutto è centrato sulla persona e sulla coppia eterosessuale, invece dovremmo iniziare a guardare un po’ di più alle differenze». Anche l’Europa spinge per questa direzione, finanziando progetti su tematiche legate all’identità di genere e agli orientamenti sessuali. «La difficoltà – sottolinea – è implementare questi progetti. Non tutte le scuole, per esempio, accettano progetti sui temi LGBT, ci sono scuole dove i dirigenti scolastici ci rispondono di non avere problemi di omofobia e non ci fanno fare la formazione». Eppure scuola e famiglia sono i primi luoghi dove emergono le differenze. «Le persone LGBT devono essere tutelate o comunque accettate e integrate a partire da scuola e famiglia». A che punto siamo? «Non si sa, le denunce di omofobia sono poche, la gente ha paura, teme ritorsioni».

È un problema trasversale a culture e classi sociali, a città e quartieri. A Napoli, uno degli studi coordinati da Corbisiero ha scoperto una rilevante differenza tra quartieri rispetto alla percezione dell’omosessualità: «Inaspettatamente sono più omofobi al Vomero che a Scampia, c’è un maggiore livello di omofobia in alcune scuole del Vomero rispetto a Scampia e questo vuol dire un sacco di cose – osserva il docente – ma secondo noi vuol dire soprattutto che nelle scuole di periferia si lavora molto meglio su questo tipo di tematiche, con progetti di formazione e insegnanti più attenti ai temi del disagio e della omosessualità». La legge sull’omofobia, per Corbisiero, è «un punto di partenza non di arrivo, è necessaria ma non basta a colpire coprire il gap culturale che c’è in questa regione. C’è bisogno – conclude – di centri di servizi. È il territorio che deve andare dalle famiglie, non le famiglie dal territorio».

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).