La tragedia di Caivano, dove un 30enne ha ucciso la sorella che aveva un compagno trans, spinge a fare i conti con l’omofobia strisciante nella nostra società. Il Riformista ne discute con Mario Morcellini, consigliere alla Comunicazione dell’università La Sapienza di Roma e commissario dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom). «Parto da quello che ha detto il presidente Mattarella a Vo’ Euganeo: la scuola serve anche a formare cittadini consapevoli, a sconfiggere l’ignoranza con la conoscenza, a frenare le paure con la cultura, a condividere le responsabilità. In questa frase – commenta il professor Morcellini – c’è molto idealismo ma è difficile negare il percorso logico che prepotentemente ci mette di fronte l’episodio di Caivano come la tragica storia di Willy nel Frusinate». Storie di violenza e, nel caso di Caivano, di libertà negate, di pregiudizi, di discriminazioni di natura omofobica. Cosa si può fare per evitare che simili drammi si ripetano?

«Il problema – dice Morcellini – non è di facile soluzione e chiunque dica il contrario commette un errore, perché non sono le soluzioni organizzative che risolvono ritardi culturali. Ben venga una legge ma non illudiamoci che possa bastare per modificare i comportamenti. Le leggi cambiano se c’è un contesto culturale che a sua volta cambia ed è disposto all’innovazione». «I comportamenti – spiega – si modificano soltanto attraverso la scuola, la formazione e la percezione collettiva dei fenomeni». Il tema centrale resta la cultura, quindi la scuola. «Opportunamente rafforzata sul piano culturale e strutturale, la scuola può essere un elemento che facilita il cambiamento culturale», commenta Morcellini. Un dato positivo di partenza c’è: «Rispetto al passato la scuola è più in grado di correggere anche i comportamenti mediali, significa che non è solo capace di dare saperi di base ma in qualche modo influenza i comportamenti di scelta tra le opportunità culturali del nostro tempo».

I giovani di oggi, inoltre, si dimostrano più aperti alla diversità sessuale rispetto alle generazioni precedenti, più consapevoli dei propri diritti e più propensi a denunciare soprusi e violenze. Secondo recenti statistiche sull’omofobia, sono però anche quelli più frequentemente costretti ad abbandonare casa e lavoro e trasferirsi al Nord per sfuggire a un Sud ancora troppo omertoso e pieno di pregiudizi. «Non dobbiamo più aspettarci che le denunce per omofobia vengano solo da vittime e associazioni specifiche – afferma Morcellini – Devono arrivare anche dalla società civile, dalla scuola, dalle amministrazioni comunali. Non è possibile che lasciamo il carico della denuncia alle sole vittime, sarebbe un secondo modo per far loro patire ingiustizie e diseguaglianze inaccettabili e insostenibili. Bisogna fare qualcosa di più per dare un tessuto collettivo di forza, anche dal punto di vista del sostegno giuridico, alle persone che subiscono violenze». Quanto alla fuga al Nord, lo studioso lancia un monito ai media e alla società civile: «Questa fuga è un altro modo per impoverire il Sud, se ne deve parlare. È un elemento su cui bisogna fare una campagna di comunicazione. E la comunità civile, così come i media – conclude – devono mostrarsi attenti e solidali al trauma delle vittime affinché smettano di pagare il pizzo alla violenza e non debbano più fuggire».