«La pandemia non è ancora sconfitta ma si intravede, con l’accelerazione del piano dei vaccini, una via d’uscita non lontana». Mario Draghi parla dopo diciotto giorni di silenzio. Lo fa senza illudere. Ma anche senza drammatizzare. E indicando la strada. L’ultima sua volta “ufficiale” era stata il 19 febbraio all’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte dei Conti. Poi si è inabissato nei tanti, troppi dossier che pesano sul presente e sul futuro del paese. Ha parlato con fatti, il tridente Gabrielli-Curcio-Figliuolo nominato alla guida del team che dovrà mettere la parola “fine” o almeno “sotto controllo” alla pandemia.

Con i contatti quasi quotidiani con Bruxelles per accelerare la consegna dei vaccini e impostare collettivamente la produzione europea delle fiale di cui non potremo fare a meno nei prossimi anni. Ha favorito a livello nazionale con un lavoro costante con il ministro Giorgetti e il ministero dello Sviluppo economico il piano nazionale per la produzione del siero. Il tutto con un occhio costante al Recovery plan italiano (Pnrr) che è stato riscritto da capo a fondo. E ben venga l’aiuto di società come Mckinsey. Ha parlato pochissimo Draghi. La festa internazionale della donna, la parità di genere intesa come pari opportunità al merito e non l’ipocrisia delle quote, è un tema caro al premier ed è stata l’occasione perfetta per fare il punto della situazione.

La settimana che si è aperta, infatti, sarà cruciale per capire l’aumento della contagiosità delle varianti del Covid ma anche per segnare quel cambio di passo sul Piano nazionale vaccinale atteso dai primi di gennaio. Due mesi di vaccinazioni a tappeto hanno già fatto la differenza in paesi come la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e Israele. Ma anche la Grecia, per restare in Europa. Un cambio di passo che si può misurare con l’arrivo di sette milioni di dosi entro il mese di marzo. E di altre 50 milioni dal primo aprile alla fine di giugno. E poi a seguire nei mesi estivi. Ecco i fatti che accompagnano le parole di cauta speranza del presidente Draghi.

Ieri mattina il ministero della Salute, con un’ordinanza firmata dal direttore generale della prevenzione Giovanni Rezza, ha dato il via libera all’utilizzo di Astrazeneca per gli over 65. È un provvedimento atteso almeno dal primo febbraio, finora rinviato e in grado di liberare subito oltre un milione di dosi ferme nei frigoriferi. Da distribuire tra le persone “senza fragilità dovute ad altre patologie”. La circolare infatti, oltre al discorso anagrafico, conferma anche la strategia di inoculare una sola dose e ritardare il più possibile (fino a dodici settimane) la seconda. Questo consente comunque di avere la protezione contro le forme più gravi del virus quindi quelle letali.

Il secondo fatto che in settimana dovrebbe segnare il passo di svolta nel Piano nazionale vaccini è il via libera atteso per giovedì da parte di Ema nei confronti del brevetto Janssen (il vaccino Johnson&Johnson). L’ok dovrebbe liberare la consegna a partire dal primo aprile di 50 milioni di dosi nel secondo trimestre. Janssen è un vaccino monodose, conservabile a temperature ordinarie (in normali frigoriferi) e quindi direttamente dai medici di base. «Non voglio promettere nulla che non sia veramente realizzabile – ha detto Draghi nel suo videomessaggio per la Festa internazionale della donna nell’ambito del webinar organizzato dalla ministra Elena Bonetti (Iv) dal titolo “Verso una strategia nazionale per la parità di genere”. «Il mio pensiero costante – ha aggiunto il premier – è diretto a rendere efficace ed efficiente l’azione dell’esecutivo nel tutelare la salute, sostenere chi è in difficoltà, favorire la ripresa economica, accelerare le riforme». Salute, ripresa economica, riforme sono i tre pilastri dell’azione del governo in questi primi mesi.

Certo, il quadro dei contagi rende tutto più difficile. «Ci troviamo di fronte a un nuovo peggioramento dell’emergenza sanitaria – ha ammesso Draghi – Ognuno deve fare la propria parte nel contenere la diffusione del virus. Ma soprattutto il governo deve fare la sua. Anzi deve cercare ogni giorno di fare di più». Da giorni, di fronte alle curve del contagio che salgono, epidemiologi e virologi e membri del Cts chiedono “un nuovo lockdown per consentire la vaccinazione”. Non sembrano però essere queste le intenzioni dell’esecutivo che è preoccupato per la crescita dei contagi (il picco è atteso intorno al 20 marzo) ma vorrebbe evitare nuove restrizioni. Dove è necessario scattano nuove zone rosse localizzate. Ma non lockdown nazionali. Almeno per ora. Ieri pomeriggio c’è stata una riunione a palazzo Chigi con il commissario generale Figliuolo, il capo della Protezione Civile Fabrizio Curcio, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Roberto Garofoli, i ministri Maria Stella Gelmini e Roberto Speranza.

Sul tavolo “non c’è stata l’ipotesi di nuove strette” e quindi di modificare subito il Dpcm firmato la scorsa settimana “bensì il potenziamento della campagna vaccinale”. Oltre all’incremento dei Grandi centri vaccinali (utilizzando palazzetti, caserme, qualunque spazio utile e disponibile come i due hub aperti in queste ore a Roma, all’Eur dentro La Nuvola e alla stazione Termini), in parallelo Esercito e Protezione civile raggiungeranno su base regionale ogni paesino e centro abitato con tende e personale medico. È soprattutto in queste porzioni di territorio, più difficili da raggiungere, che ci deve essere il cambio di passo. Il vero, e anche, purtroppo, il primo Piano vaccinale nazionale sarà definito nelle prossime ore, condiviso oggi in una cabina di regia con i rappresentanti dei partiti di maggioranza e aperta anche alla regioni.

«Dobbiamo al rispetto della memoria dei tanti cittadini che hanno perso la vita il dovere del nostro impegno – ha detto Draghi – Nel piano di vaccinazioni, che nei prossimi giorni sarà decisamente potenziato, si privilegeranno le persone più fragili e le categorie a rischio. Aspettare il proprio turno è un modo anche per tutelare la salute dei nostri concittadini più deboli». Non c’è, nel lungo intervento, una parola di critica rispetto al passato. Il pensiero, oltre il numero impressionate di vittime, quasi centomila, è costante per quel milione circa di nuovi poveri italiani a cui vanno date risposte certe e urgenti.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.