Il quadro sanitario ed economico del paese è tale per cui “servono realismo, prudenza, fiducia e soprattutto unità”. Più che una conferenza stampa è stato un discorso alla Nazione. Mario Draghi si scusa di non averlo fatto prima, la sera cioè del 5 gennaio al termine di una lunga giornata che ha portato al secondo decreto Covid in due settimane e che ha, tra le altre misure, imposto l’obbligo del vaccino agli over 50. Ci sono vari motivi per cui questo non è successo, non ultimo l’ora tarda della sera. «Non c’è dubbio che abbiamo sottovalutato non la portata ma l’attesa per quelle misure, allora mi scuso per il ritardo e prendete questa mia di oggi quindi come un atto riparatorio per quella sottovalutazione».

Chi cercava indizi per la trama del romanzo Quirinale a quindici giorni dalla prima puntata (24 gennaio ore 15) è rimasto deluso. E anche un po’ infastidito per la mancanza di appigli. Su otto domande, ben tre hanno provato ad incalzare il Presidente del Consiglio sul suo futuro. Se “la mediazione” politica è stata eccessiva – della serie non scontentiamo i Grandi elettori – fino a portare misure inutili. Se le emergenze, dal Covid al caro bollette passando per il Pnrr, sono tali da considerare comunque “compiuta” la sua missione a palazzo Chigi. Se e quanto i partiti mettono a rischio il governo. Avendo detto in premessa che non avrebbe risposto «a nessuna domanda che riguarda sviluppi politici futuri e per essere chiari il Quirinale», Draghi è passato tra i pali stretti dello slalom conferenza stampa, con lo sguardo dritto al Paese. E al messaggio che è necessario dare al Paese: «Questo governo ha un approccio un po’ diverso: il virus corre, abbiamo l’arma dei vaccini e quindi vaccinatevi, il paese cresce e quindi occorre minimizzare gli effetti economici del virus. Tra questi c’è sicuramente la scelta di tenere aperta la scuola: la didattica a distanza è stato uno dei fattori di maggiore disuguaglianza negli ultimi due anni. E questo governo combatte le disuguaglianze. Di certo non le favorisce».

Con buona pace di accusa Draghi di “usare gli alunni come cavie” e dei ministri “rigoristi”, ad esempio il ministro Speranza (Leu) che insieme ad un pezzo di Pd non avrebbe visto male il rinvio del ritorno a scuola. Il ministro della Salute e della Pubblica istruzione siedono entrambi accanto a Draghi nella Sala polifunzionale della Presidenza del consiglio. C’è anche il numero uno del Comitato tecnico scientifico, il professor Locatelli che spiega come «tutte le decisioni sono state prese all’unanimità, senza divisioni e dopo attenta valutazione dei dati». Certo poi bisognerebbe chiedere a Speranza se il professor Ricciardi è ancora consulente del ministero e a quale titolo dice che le scuole dovevano restare chiuse. Insomma, il balletto di sempre. A cui il premier di sottrae con poche e chiare parole: «La scuola è fondamentale per la nostra democrazia: va tutelata, protetta e non abbandonata. I dati ci dicono che la Dad ha avuto effetti disastrosi che si riflettono sulla formazione dei ragazzi e sulla loro vita futura. Non possiamo costringerli ad avere un grado di cultura inferiore. Non ha senso chiudere le scuole e poi farli andare in pizzeria e il pomeriggio a fare sport di squadra».

Per chiudere il capitolo scuola, il ministro Bianchi legge qualche numero: i docenti sospesi perché no vax, sono lo “0,72 per cento”, una percentuale irrisoria sia nel personale docente che in quello Ata anche se in termini assoluti significa qualche migliaio di assenze da rimpiazzare. I professori assenti perché contagiati o in quarantena sono il 6% e gli studenti interessati il 4,5%. «Abbiamo questi dati perché controlliamo e monitoriamo la situazione fin da ottobre. Ricordo anche che abbiamo assunto 60 mila docenti e che quest’anno a settembre erano già in servizio i supplenti. Questo per dire che noi abbiamo molto a cuore la salute dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze e siamo anche molto responsabili». C’è molta amarezza in queste parole. Nel fatto di essere costretti a mettere i puntini sulle “I” da dinamiche che poco o nulla c’entrano con la salute. L’uso politico della pandemia in ogni sua declinazione: come sarebbero stati diversi questi due anni se non avessimo visto ogni categoria politica e sindacale alzare bandiere in nome del Covid. Tant’è. Qui siamo.

Le quasi 70 mila prime dosi di ieri sono ottime notizie per il governo. L’obiettivo di vaccinare il più possibile resta la priorità. Il ministro Speranza mostra un grafico. «Su 100mila persone ci sono 23,2 persone che vanno in intensiva e sono i non vaccinati. Quando si va ai vaccinati con due dosi da più di 4 mesi, il dato passa da 23 a 1,5. Crolla clamorosamente e scende a 1 quando la vaccinazione avviene in ciclo primario entro 4 mesi e col booster si va a 0,9. Quindi se vogliamo ridurre la pressione sugli ospedali e salvare vite umane e se vogliamo favorire la ripartenza economica e sociale del paese la strada prioritaria è ridurre l’area dei non vaccinati. E questa è una scelta che ha piena evidenza scientifica». Già, la scienza. Draghi è stato accusato di “non essere più quello di una volta”. Di non decidere più sulla base di dati scientifici. Di essere “ostaggio della mediazione politica in vista del Colle”. La risposta del premier è abile. E inattaccabile. «Quando si decidono provvedimenti di tale portata sociale come l’obbligo di vaccino per gli over 50 che i dati ci dicono essere la popolazione più a rischio, è importante e necessario avere l’unanimità della vasta coalizione che supporta questo governo». È ovvio, ha aggiunto, che «la soluzione figlia della mediazione deve sempre avere un senso».

Quindi a chi lo accusa di non decidere più e di aver perso la spinta, ricorda di aver deciso che «le scuole stanno aperte» nonostante presidi, sindacati, governatori e tutte le Cassandre possibili e immaginabili. Anche l’humour non è venuto meno: «Per inciso – ricorda Draghi – Emiliano ha appena detto di essere sempre d’accordo con Draghi anche se non è sempre convinto». Perché andrebbe anche visto quanto c’è di reale e di messinscena nel balletto delle dichiarazioni quotidiane. Scivola via, Draghi, sui partiti che a forza di strattonarlo mettono a rischio il governo. Cerca di dare un’unità di misura alla mediazione politica che «non deve essere a tutti i costi ma è chiaro che l’unanimità raggiunta deve rispettare e non snaturare il senso ultimo delle decisioni prese». Ridimensiona le fibrillazioni di queste settimane: «Non sono né infastidito né annoiato. Non sono esperienze nuove né particolarmente drammatiche. Sulla giustizia ad esempio fu molto più difficile. L’importante è che questa maggioranza, nonostante le diversità di vedute, abbia voglia di lavorare insieme e di risolvere i problemi. Finché c’è questo spirito il governo va avanti bene». Nulla a che vedere con gli scenari di dimissioni in caso di cambio di maggioranze che vennero fuori nella conferenza stampa di fine anno. Quello di ieri è tutto un altro Draghi. Attento, deciso, provocatore quando avvisa: «Non so se sarà necessario un nuovo scostamento di bilancio per ristorare le attività che sono rimaste chiuse causa Covid. La legge di bilancio ha già previsto alcune risorse».

Visto che mezzo Parlamento ha chiesto dieci miliardi di scostamento di bilancio per i ristori, possiamo già immaginare che la maggioranza ballerà su questo tema nelle prossime ore. Il caro bollette, il caro energia «legato chiaramente a fattori geopolitici», il Pnrr, l’emergenza sanitaria. «Non rispondo alla domanda se intendo ancora guidare il governo nell’emergenza» scandisce bene le parole. Mettiamola così: oggi Mario Draghi è il Presidente del Consiglio di un paese alle prese con varie difficoltà. L’unica cosa che non si può permettere è apparire una persona non compresa nel suo ruolo. E il suo ruolo ora, con buona pace di tutti, è quello di Presidente del consiglio.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.