Per gentile concessione degli autori e dell’editore, anticipiamo qui di seguito uno stralcio del nuovo libro di Luca Palamara e Alessandro Sallusti, intitolato “Lobby e logge”, che uscirà oggi in tutte le librerie fisiche e digitali per i tipi di Rizzoli. «Ho deciso di scrivere questo libro – spiega l’ex leader dell’Anm al Riformista – dopo la divulgazione dei verbali sulla Loggia Ungheria. Ci si è concentrati, dopo i fatti dell’hotel Champagne, solo ed esclusivamente sulla Procura di Roma. Io credo sia il caso di approfondire anche altri aspetti, ad iniziare proprio dalla Loggia Ungheria. Come sono state fatte le indagini su Ungheria ? Penso sia il caso di fare una riflessione al riguardo». Ideale sequel de “Il sistema”, il nuovo saggio scritto dal direttore di “Libero” e dall’ex magistrato contiene tra gli altri un capitolo significativamente intitolato “Chi ha impupato i pupi? La tratta dei pentiti e i magistrati graziati”. Qui di seguito la prima parte dell’intervista.

«I pentiti sono merce delicata, delicatissima, sono loro che scelgono il giudice a cui confessare, non viceversa, sono degli sconfitti che abbandonano un padrone per servirne un altro, ma vogliono che sia affidabile» diceva Paolo Borsellino. E Giovanni Falcone la pensava allo stesso modo, convinto che solo una legislazione premiale per coloro che intendessero collaborare con la giustizia poteva aiutare lo Stato a combattere le mafie. Eppure, dottor Palamara, le cose non sono sempre andate per il verso giusto.
Falcone e Borsellino avevano aperto una nuova strada, quella dell’utilizzo dei pentiti. Tommaso Buscetta, il mafioso considerato il primo vero collaboratore di giustizia italiano, fu avvicinato nel 1984 in un carcere brasiliano da Falcone, che lo convinse ad aiutarlo a disegnare la mappa della mafia siciliana. Fu una svolta, e lo si deve al rigore con cui Falcone verificò il suo racconto. Su quella strada si avventurarono poi tanti magistrati, non sempre con il rigore e la trasparenza necessarie.

In che senso?
Nel senso che si aprì una caccia al pentito, e a molti mafiosi arrestati non parve vero di utilizzare la scorciatoia del pentimento per altri fini, cioè parlare per vendicarsi o per compiacere le tesi di chi li stava gestendo, magistrati, ufficiali di polizia o uomini dei servizi che fossero. Ma soprattutto, cosa non nota, dentro la magistratura si aprì uno scontro sotterraneo per il loro controllo tra la Direzione nazionale antimafia, la superprocura immaginata da Falcone, e le procure territoriali gelose della loro autonomia. Gli effetti di questo braccio di ferro a volte sono stati devastanti e hanno inciso anche sulla vita politica del Paese e sugli equilibri interni alla magistratura.

Parliamone, da dove si incomincia?
Difficile trovare un inizio, ma il caso di Gianfranco Donadio potrebbe fare scuola.

Gianfranco Donadio, ex procuratore nazionale antimafia, oggi, dopo le disavventure in cui è incappato, procuratore a Lagonegro, in Basilicata.
Proprio lui. È stato accusato di svolgere inchieste parallele a quelle della magistratura ordinaria per provare a dimostrare che dietro agli attentati di mafia dei primi anni Novanta, in particolare quello a Falcone, c’era stato lo zampino dei servizi segreti legati al mondo della destra eversiva. Intorno al 2016 Donadio va nelle carceri, all’insaputa delle procure competenti, in particolare quelle di Catania e Caltanissetta, e interroga, compilando rapporti investigativi segreti, centodiciannove mafiosi, il più delle volte da solo, per cercare un mandante a quelle stragi. Secondo l’accusa si tratta di inchieste che consentono a un solo magistrato di fare ciò che vuole senza controlli, di accumulare conoscenze non condivise e – come successivamente accertato – a volte contraddittorie con gli atti ufficiali. È lecito acquisire informazioni in questo modo? È corretto che alcuni magistrati, e la Direzione nazionale antimafia, abbiano notizie sensibili prima degli altri e in esclusiva, che le procure locali siano tagliate fuori da questo flusso di informazioni? Quando il caso Donadio venne a galla il Csm dovette prendere posizione. Ma apparve subito chiaro che avevamo un problema.

Quale problema?
Donadio agiva, o almeno era logico supporlo, per conto di Pietro Grasso, all’epoca dei fatti suo capo alla Direzione nazionale antimafia e in quel momento già presidente del Senato. Si creò quindi un conflitto tra i procuratori ordinari, che accusavano Donadio di invasione di campo non autorizzata, e la seconda carica dello Stato, con il Csm in mezzo a dover dirimere la questione oggettivamente anomala.

E per di più con di mezzo un uomo che, oltre a essere potente, ha sempre saputo ben destreggiarsi. Su Pietro Grasso fa scuola quanto raccontato da Marcello Dell’Utri, che in gioventù giocò nella squadra di calcio giovanile Bacigalupo di Palermo, insieme a Grasso e al figlio del boss mafioso Tanino Cinà, e nella quale il boss Vittorio Mangano, poi noto come «lo stalliere di Arcore», svolgeva il ruolo di dirigente: «Grasso, quando era giovane, giocava a calcio nella mia squadra» – sono le parole di Dell’Utri – «ed era famoso perché a fine partita usciva sempre pulito dal campo: anche quando c’era il fango, lui riusciva sempre a non schizzarsi…».
Ecco, appunto. Grasso non ama gli schizzi e per noi al Csm era una pratica molto delicata, perché Donadio sosteneva che quello che aveva fatto era condiviso da Grasso. Un fatto grave, sul quale anche la procura generale della Cassazione, pressata dai procuratori imbufaliti, aprì un’inchiesta.

Come finisce questa storia?
La storia finisce che al Csm il fascicolo rimane immobile fino a quando diventa inevitabile convocare Pietro Grasso. Qualcuno lo vuole incastrare al fatto che lui non si fidasse dell’operato dei magistrati di Catania e Caltanissetta e per questo avesse sguinzagliato i suoi uomini per le carceri italiane a cercare verità più vere; altri sostengono che non si può danneggiare il presidente del Senato, soprattutto se amico del presidente della Repubblica. Tanto per essere chiari: condannare Donadio avrebbe significato condannare Grasso.

Scommetto, Donadio sarà assolto.
Scommessa vinta. Grasso davanti alla commissione disciplinare spiega che non si era trattato di una inchiesta parallela per chissà quali fini, ma di prerogative della Direzione nazionale antimafia che in qualche modo consentivano queste cose, e pure di utilizzare persone legate ai servizi segreti. Noi non obiettiamo e Donadio sarà salvato, finirà procuratore a Lagonegro.

Non mi sembra un premio.
Non lo è, ma per come era messo è il massimo che si poteva fare. Andò peggio ad Alberto Cisterna, ex numero due della Direzione nazionale antimafia, rovinato per la gestione di un pentito mentre era a Reggio Calabria in conflitto con il procuratore Giuseppe Pignatone, e a Filippo Spiezia, delegato nel 2014 della Dna a occuparsi della pro-cura di Milano, che in una relazione ufficiale osò contesta- re alla pm Ilda Boccassini una serie di violazioni degli obblighi di collaborazione sulla gestione delle indagini di mafia con i colleghi e con i suoi stessi sostituti. Un caso Donadio all’incontrario, cioè una procura locale, la potente e intoccabile procura di Milano, che nega informazioni sensibili alla Direzione nazionale. Spiezia non aveva santi in paradiso e nel giro di pochi giorni fu trasferito dal Csm ad altri incarichi – salvo poi essere successivamente gratificato con una importante nomina a Eurojust.