Ogni volta che vengono pubblicate le previsioni economiche internazionali, l’Italia viene collocata nelle retrovie delle classifiche europee. Da qui nasce una narrativa ormai consolidata: il Paese non cresce. Tuttavia, le previsioni non sono dati reali. Dipendono dalle ipotesi formulate e possono cambiare rapidamente in presenza di shock geopolitici, variazioni dei prezzi energetici o mutamenti del commercio internazionale. Per comprendere davvero lo stato dell’economia italiana è necessario partire dai dati ufficiali. L’andamento del Pil reale, che misura la quantità effettiva di beni e servizi prodotti, eliminando l’effetto dell’inflazione, mostra dal 2014 al I trimestre 2026 un quadro più favorevole rispetto a quello spesso descritto.

Dopo la forte caduta causata dalla pandemia, l’economia italiana ha recuperato rapidamente i livelli precedenti e ha continuato a crescere. La figura evidenzia una traiettoria positiva, in particolare negli ultimi anni, che si estende fino al primo trimestre del 2026. Nel confronto con lo stesso trimestre dell’anno precedente, il Pil cresce dello 0,8%, mentre la crescita acquisita raggiunge, per il 2026, già lo 0,6%. Quest’ultimo indicatore, occorre ricordarlo, rappresenta il tasso di crescita che si registrerebbe a fine anno qualora nei trimestri successivi il Pil rimanesse invariato. Per questo motivo, le previsioni che attribuiscono all’Italia una crescita annua dello 0,5% – e che contribuiscono a collocare il Paese nella parte bassa delle classifiche internazionali – appaiono difficilmente conciliabili con i dati già disponibili. Tali stime risultano infatti inferiori alla stessa crescita acquisita registrata nel primo trimestre del 2026, quando devono ancora manifestarsi pienamente fattori tradizionalmente rilevanti per l’economia italiana, come l’inizio della stagione turistica. Quest’ultima, grazie ai suoi effetti moltiplicativi, sostiene non solo i servizi di alloggio e ristorazione, ma anche il commercio, i trasporti e numerosi comparti dell’industria manifatturiera, in particolare quello agroalimentare. Alla luce di questi elementi, una crescita del Pil compresa tra lo 0,7% e lo 0,9% appare un’ipotesi prudente e plausibile.

Anche la composizione della crescita appare incoraggiante. Nel primo trimestre del 2026, i consumi finali delle famiglie sono aumentati dell’1,2% rispetto allo stesso periodo del 2025. Ancora più significativo è l’incremento dei consumi di beni durevoli (+4,6%), una categoria che comprende automobili, elettrodomestici e altri acquisti che indirettamente riflettono il grado di fiducia delle famiglie nelle proprie prospettive economiche future. Anche gli investimenti crescono (+4,6%), compresi – un aspetto importante e non usuale – i prodotti di proprietà intellettuale (+2,3%), una componente strettamente legata alla capacità innovativa del sistema economico. Ma anche il confronto internazionale offre indicazioni interessanti. Dal 2020 a oggi, l’Italia ha registrato una crescita del valore aggiunto superiore sia alla media dell’Unione europea sia a quella dell’Area Euro, oltre che a Francia e Germania. Solo la Spagna ha fatto meglio.

I dati raccontano quindi un Paese più dinamico di quanto spesso si sostenga. Ciò non significa ignorare i problemi strutturali dell’economia italiana — bassa produttività, declino demografico e alto debito pubblico (prevalentemente interno) — ma semplicemente riconoscere che ogni valutazione dovrebbe partire dai risultati osservati, non “solo” dalle previsioni.

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