Le elezioni del Consiglio metropolitano di Napoli offrono una serie interminabili di spunti e nessuno rinvia ad un modo bello e franco di fare politica. Ci sono sistemi che peggiorano anche le migliori persone e questo è fra quelli. Aggiungiamo che il ceto politico campano e napoletano non è dei migliori e si avrà una vaga idea di quel che è avvenuto. È noto che si tratta di una elezione che non coinvolge la cittadinanza, tutta introversa agli eletti (sindaci e consiglieri dell’area metropolitana). Promemoria: mai più votare con questo sistema. Partiamo da un dato di sistema, il dato di genere.

Inevitabile risultato di un sistema opaco e muscolare è l’azzeramento della rappresentanza femminile: una consigliera su 24, giusto nominarla: Ilaria Abagnale). Un altro dato sistemico è che la città di Napoli nonostante il voto ponderato è fagocitata dalla provincia (4 consiglieri su 24, un sesto, a fronte di un terzo di popolazione). Le ragioni? Varie. La presenza di De Luca e (sebbene inutile) Mastella, un Pd a trazione provinciale, un sindaco di Napoli originario della provincia. Infine. La frantumazione dei partiti e degli accordi elettorali della vigilia è diventata polverizzazione con i risultati e i trasversalismi si sono accentuati negli ultimi giorni di conciliaboli e voltafaccia. È davvero difficile indicare fare un’analisi più puntuale, ma ci proviamo per punti.

Primo. C’è una grande difficoltà dei non napoletani (leggi Mastella e De Luca) a contare nell’area metropolitana. Mastella, in accordo Toti, resta a bocca asciutta, De Luca riduce i danni con due eletti che gli sono più direttamente riconducibili. Secondo. C’è un equilibrio di forze, per quel che conta, tra l’area del Pd e quella “civica” (e trasversale) di Manfredi sindaco (sette eletti ciascuno). Ma non è chiarissimo oggi cosa rappresenti l’area del sindaco, e speriamo che il tempo lo chiarisca. Terzo. Il centro-destra è ridotto al lumicino, e non è una novità, come non lo è che Forza Italia appare leggermente più solida (due eletti) a fronte di un eletto ciascuno per Maresca, Fratelli d’Italia, Lega (e uno ne prende anche Azione). Quarto. Il Partito Democratico, attuale architrave del potere in Campania, è diviso in reggimenti armati, con minime sovrapposizioni: Topo (area nord, due eletti), Casillo (area vesuviana, due eletti), Fiola-Manfredi (un eletto), Amato (un eletto).

Sono comunque volati gli stracci perchè il capogruppo Pd di Napoli (Esposito) avrebbe votato (ma smentisce) un candidato vicino alla parlamentare Rostan e si dimette dall’incarico, ma c’è anche dell’altro che non torna e comunque ci sono dei movimenti in atto. Quinto. I Cinque Stelle eleggono tre consiglieri, di cui Di Maio e Fico uno ciascuno, opponendosi strenuamente in un modo che ricorda un partito a scelta dell’elettore del pentapartito campano degli anni ‘80. Sesto. L’area civica Clemente-Bassolino-Della Ragione si scioglie come neve al sole. Finisce nel grottesco. Nessuno dei tre agli atti ha votato il candidato concordato: Bassolino non ha votato Della Ragione (salvo ricorso da cui emerga il contrario) e la Clemente non ha sostenuto il proprio candidato, il quale non si è votato. Dai due eletti potenziali neanche uno: che qualcuno bara sia certo ma forse barano tutti, che sono già altrove.

La Clemente ad esempio con i Cinque Stelle, aria Di Maio. A questo punto dovremmo trarre delle conclusioni, ma per farlo ci dovrebbero essere dei dati politici salienti, e questa non è, davvero, politica. È possibile che non ci sia alternava, almeno finchè il sistema funzioni così. Sta di fatto che non c’è nessun rispetto né per idee che abbiano a che fare con il livello metropolitano, né per le esperienze amministrative più convincenti (per tutti si veda il forfait del sindaco di Pozzuoli, forse la città meglio governata in Campania). Che dire? Sipario.