Entra oggi in vigore la riforma delle intercettazioni. Era il 28 febbraio, era pre-Covid, quando il Dl relativo – oggetto di una accesa polemica in maggioranza e di una fiducia sofferta – veniva convertito in legge dall’aula di Montecitorio. Il via libera, 246 voti a favore, 169 contrari, a poche ore dalla scadenza. Al compromesso avevano lavorato delegazioni dei quattro partiti della maggioranza e alla fine il boccone più indigesto era toccato a Italia Viva. Le nuove norme estendono l’uso dei trojan anche nelle indagini che riguardano gli incaricati di pubblico servizio per i reati contro la pubblica amministrazione. Non saranno invece trascritte le intercettazioni ritenute irrilevanti, si è pattuito. Ma quali i criteri di irrilevanza? Sarà l’insindacabile giudizio dei pm a stabilirlo. Le opposizioni chiamano alla battaglia, ma arriva il virus. All’esplosione del Covid, che galvanizza e paralizza la politica, l’argomento finisce ai margini del dibattito e la calendarizzazione della sua entrata in vigore viene differita tre volte, prima di vedere oggi la luce. Una entrata in vigore che riaccende l’attenzione sulle vulnerabilità di un compromesso che scontenta un po’ tutti: invasivo per i garantisti, inefficace per gli altri.

Enrico Costa, responsabile giustizia per il movimento di Calenda, Azione, dipinge così il quadro della riforma: «Non limiterà la disdicevole pratica di utilizzare le intercettazioni irrilevanti come strumento di gossip, ma legittima il trojan come strumento senza limiti e senza regole. Ancora una volta ha prevalso la logica giustizialista dei 5Stelle: le altre forze della maggioranza hanno subito in silenzio». E sempre per l’opposizione, parla con Il Riformista il deputato azzurro Andrea Ruggeri: «Dopo lo Stato di polizia tributaria e sanitaria, ora si arricchisce anche quello di polizia giudiziaria che afferma lo “Ius sputtanandi”. Nell’Italia che è contro le libertà, lo Stato può tutto, il cittadino nulla».
Esprime soddisfazione il Partito Democratico per bocca di Walter Verini, che ha seguito per il Pd il provvedimento dall’inizio e poi come Responsabile Giustizia. «È una riforma importante, che trae origine – Ministro Orlando – dalla necessità di garantire che non siano più pubblicate intercettazioni senza rilievo penale, colpendo un voyeurismo dannoso. Il provvedimento è stato poi modificato ma garantisce comunque, con la possibilità di pubblicazione di quelle con rilievo penale, il rispetto del diritto all’informazione». Il deputato dem aggiunge al Riformista: «Naturalmente la premessa è stata la tutela dello strumento delle intercettazioni per le indagini legate a gravissimi reati, anche se le riflessioni sull’invasività di mezzi come il Trojan sono del tutto legittime. È ora fondamentale una collaborazione forte tra Uffici Giudiziari, Procure, Avvocatura, personale giudiziario e di polizia per la migliore gestione di questa legge».

Se la politica si divide, l’obiettivo del M5s di accontentare i magistrati sembra per il momento mancato. Già il 13 febbraio scorso il plenum del Csm aveva bocciato il testo della riforma a maggioranza, con tre astensioni. Il consigliere togato del Csm Antonio D’Amato, se la prende con «una riforma che introduce oneri a carico dei procuratori della Repubblica a risorse umane e finanziarie invariate e in assenza di strumenti tecnici adeguati». Riforma che, sostiene, così rischia di essere inutile perché «i Procuratori della Repubblica, che dovranno vigilare direttamente sul registro informatico delle Intercettazioni, non sono messi nelle condizioni di farlo, se non vengono dotati di strumenti tecnici adeguati. Per la creazione dell’archivio informatico – sottolinea D’Amato- sono necessarie sale attrezzate e misure particolari, che hanno degli inevitabili costi, di cui la riforma non si fa carico». Da qui la richiesta dell’adozione di «una proroga per predisporre le misure necessarie o la riforma sarà inutile». Analoga la posizione di Nino Di Matteo, ex uomo-simbolo della giustizia a cinque stelle ed oggi dichiaratamente ostile alla gestione del ministro Alfonso Bonafede.

La riforma delle intercettazioni «nel pur condivisibile intento di evitare la pubblicazione di dati sensibili, rischia di compromettere l’efficacia delle indagini, l’esigenza della conservazione della prova legittimamente acquisita e, in alcuni passaggi, il pieno ed effettivo esplicarsi del diritto di difesa di indagati e imputati», dichiara il consigliere togato del Csm indipendente, Nino Di Matteo, in qualità di correlatore del parere critico sul dl intercettazioni. In quella sede Di Matteo aveva sottolineato che la riforma ha «un obiettivo condivisibile certamente, ma perseguito in maniera talmente intensa e pervasiva da rischiare di compromettere altre esigenze e principi fondamentali. In certi casi, con riferimento ad alcune delle previsioni normative, oggetto della riforma, sembra che per conseguire quell’obiettivo vengano sacrificate esigenze connesse, da una parte all’efficacia dell’indagine, dall’altra alla conservazione della prova pur acquisita legittimamente e perfino al concreto e pieno esercizio del diritto di difesa di indagini e imputati».

Anche il consigliere togato di Area, Giuseppe Cascini, preconizzando un’ineluttabile fuga di notizie, esprime un giudizio negativo: «Si tratta di una riforma insufficiente che, come spesso accade, scarica sul sistema giudiziario responsabilità improprie, senza dotare gli uffici degli strumenti necessari, cosicché al prossimo, inevitabile, episodio potrà sempre darsi la colpa ai magistrati».

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.