Si è rivelata da subito una brava politica, la professoressa Silvana Sciarra, eletta due giorni fa presidente della Corte Costituzionale, nel confermare come suoi vice i due contendenti sconfitti, Daria De Pretis e Nicolò Zanon. Quest’ultimo, l’unico di area liberale, non è stato neppure preso in considerazione, all’interno di un seggio elettorale che somigliava tanto a un congresso del Pd “allargato”. Lo scontro si è giocato tutto sulle due candidature femminili, tutte e due, come del resto Zanon, con curricula di tutto rispetto. Giuslavorista e allieva di Gino Giugni la prima, amministrativista e vicina a Sabino Cassese la seconda. È finita otto a sette, con la Consulta spaccata come una mela.

Ma non pare siano state le reciproche storie personali e politiche a creare le differenze. Semmai, sarebbe stata più interessante una presidenza Zanon. La quale avrebbe forse aperto uno spiraglio a quella possibilità di far sapere pubblicamente ogni dissenso individuale sulle decisioni della Consulta. O anche aprire alla possibilità che anche il singolo cittadino possa accedere all’Alta Corte. Lo scontro è stato politico, e tutto interno alla sinistra. Bisogna riferirsi al mondo del 2014, quando Daria De Pretis fu nominata dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e Silvana Sciarra fu eletta dal Parlamento in seduta congiunta al ventunesimo scrutinio, dopo lungo travaglio dovuto alla complicata situazione politica del momento, con un accordo tra il Pd di Matteo Renzi e il neonato Movimento cinque stelle.

Il partito di Grillo, quello estraneo ai giochi di potere, trattò sottobanco lo scambio con l’elezione di Alessio Zaccaria come membro laico del Csm. Questi furono i giochi. Nessuna verginità della Corte quindi, come del mondo della politica del resto. E nessuno scandalo per l’entusiasmo odierno di Giuseppe Conte, che aveva proposto la candidatura di Sciarra anche per il Quirinale. Del resto, le congratulazioni alla nuova Presidente sono arrivate un po’ da tutto il mondo politico. Anche perché è (solo) la seconda volta che un organismo di garanzia così rilevante come la Consulta è diretto da una donna, dopo la prima esperienza di Marta Cartabia. Manca ancora, in Italia, la svolta di genere a Palazzo Chigi e al Quirinale. Chissà. Ma non sarà facile, per la nuova Presidente, mantenere, come ha già detto, un tono di sobrietà senza disconoscere, all’interno di un lavoro “collettivo”, la continuità con l’esuberanza esplicitamente politica di un predecessore ingombrante come Giuliano Amato. Non si possono eliminare le consuete conferenze stampa, infatti già il primo giorno la professoressa Sciarra non si è sottratta. Così come non ha dimenticato di valorizzare la necessità di mantenere un lavoro comune con gli organismi europei ma anche con il Parlamento italiano.

Ha ricordato con orgoglio quei sessanta voti in più rispetto al necessario quorum dei tre quinti con cui il 6 novembre del 2014 la Camere in seduta comune l’avevano mandata alla Corte. Ma non può dimenticare le parole di commiato di Amato, che nel suo ultimo discorso si è rammaricato proprio delle difficoltà che la Consulta incontra quando le proprie decisioni necessitano di un successivo intervento di tipo legislativo. «Capita più volte –aveva detto il Presidente uscente- di incontrare o il silenzio del Parlamento o voci in esso discordi, che ne prevengono le scelte».
Il riferimento era chiarissimo, e riguardava soprattutto il mancato intervento con una legge sul fine vita, ma anche quello più recente sull’ergastolo ostativo. Quel che il presidente Amato non ha detto in quella circostanza e che probabilmente neanche Sciarra dirà, è che, prima ancora della pusillanimità del mondo politico, andrebbe sottolineato anche lo scarso coraggio dei giudici. Che paiono troppo spesso lanciare il sasso e nascondere la mano. Tutta la vicenda delle modifiche all’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario è molto chiara. Come è chiaro il convincimento sulla materia di almeno quattordici giudici su quindici (uno, Marco D’Alberti, è appena stato nominato dal presidente Mattarella).

Il quesito è: si può uscire “rieducati” dal carcere, come prevede l’articolo 27 della Costituzione, solo collaborando con la magistratura, o anche facendo un percorso diverso? In poche parole, è costituzionale quella forma di pena di morte sociale che impedisce a una certa tipologia di ergastolani di vedere anche un orizzonte diverso dalle mura del carcere? La Consulta ha già manifestato il proprio pensiero in due occasioni. La prima quando si è espressa sui permessi premio, e poi quando ha dichiarato tout court incostituzionale l’ergastolo ostativo. È successo circa un anno e mezzo fa, nel maggio del 2021. Se quel giorno avessero avuto il coraggio di mettere un punto fermo alla loro decisione, sarebbero passati alla storia. E con loro il presidente Giuliano Amato. Per quale motivo dunque hanno, una volta ancora dopo la decisione sul suicidio assistito, passato la palla a un Parlamento così distratto sui diritti civili? E l’altra domanda è (l’ha già posta in conferenza stampa la nostra Angela Stella citando l’intervento del costituzionalista Andrea Pugiotto): usque tandem, fino a quando alle Camere saranno concessi rinvii per legiferare su qualcosa che dovrebbe essere pacifico?

La prima volta, era il 2021 ed eravamo anche in piena pandemia, il Parlamento ebbe un anno di tempo e se lo prese tutto per raffazzonare alla Camera una legge che pone tali e tanti paletti al detenuto “ostativo” che volesse fruire dei benefici previsti dalla legge, da vanificare del tutto la possibilità. È a quel punto che la Consulta ha concesso altri sei mesi perché anche il Senato potesse deliberare. Cosa che non è accaduta. Inoltre le Camere sono state sciolte e fino al 26 ottobre non si insedieranno quelle uscite dalle elezioni di domenica prossima. La scadenza della prossima udienza pubblica che ha l’argomento all’ordine del giorno è l’8 novembre. È escluso che per quella data ci sarà una nuova legge. Presidente Sciarra, lei e gli altri quattordici giudici costituzionali avete un’occasione. Mettete un punto fermo. Fate una definitiva dichiarazione di incostituzionalità dell’ergastolo ostativo e dimostrate di non essere subalterni alla politica.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.