Quando la legge sul fine vita tornerà in aula, di che sinistra si sentirà portavoce?
«Il Veneto ha una storia in cui la tradizione cattolica e la cultura riformista si sono sempre intrecciate. Mi riconosco in questa eredità, ma la mia posizione non nasce soltanto dalla fede. Si fonda anche sul personalismo comunitario di Rosmini, Mounier e Maritain, una cultura che mette al centro la persona, le relazioni e la dignità. È un percorso maturato negli anni di impegno nel sociale e nella sanità pubblica e arricchito anche dal contributo offerto nel 2024 dai vescovi del Veneto. Per me essere di sinistra significa garantire a tutti il diritto alla cura: cure palliative e assistenza non sono un tema confessionale, ma una fondamentale questione di giustizia sociale».

Sono passati due anni da quel voto di gennaio. Che cosa si porta dietro di quella giornata in aula?
«È stata una scelta sofferta, che avevo spiegato pubblicamente prima del voto. Non mi sono astenuta per evitare una decisione, ma perché quella proposta non teneva conto della complessità etica-culturale: mancava un chiaro riferimento alle cure palliative, mancavano requisiti essenziali e vi erano aspetti di competenza nazionale. Successivamente anche la Corte costituzionale è intervenuta per chiarire alcune questioni. Oggi quelle osservazioni da me ribadite fanno parte del confronto che accompagnerà il ritorno della legge in aula».

La sua è una fede dichiarata. Come ha dialogato, dentro di lei, con una scelta così difficile?
«Non ho dovuto scegliere tra il mio credo e l’appartenenza politica: ho scelto di essere coerente con la mia coscienza, con la mia esperienza amministrativa e con l’idea di una sanità pubblica che non lasci indietro nessuno. Sui temi eticamente sensibili la libertà di coscienza è un valore essenziale. La politica deve confrontarsi con rispetto, saper fare una alta sintesi, senza trasformare una scelta così importante in una prova di appartenenza».

Dietro le norme ci sono sempre le persone. In questi anni ha incontrato storie che l’hanno cambiata?
«Ho incontrato tanti malati e tante famiglie. Una frase mi accompagna ancora: “Non voglio morire, ma non voglio nemmeno diventare un peso per i miei figli”. Spesso la sofferenza si intreccia con la paura della solitudine e del peso economico e organizzativo sui propri cari. È qui che la politica deve interrogarsi. La libertà di scelta è autentica solo se una persona è libera anche dal bisogno e dall’abbandono. Il primo dovere delle istituzioni è garantire assistenza, presa in carico e vicinanza».

Lei sostiene che prima della legge vengano le cure palliative. È ancora la sua priorità?
«Il Veneto è tra le Regioni più avanzate, ma le cure palliative raggiungono ancora solo una piccola parte di chi ne avrebbe diritto. Se per i malati oncologici la rete va rafforzata, resta molto da fare per chi convive con malattie croniche, neurodegenerative o con gravi condizioni di non autosufficienza. Noi, come Regione, non possiamo occuparci solo dell’ultimo momento della vita: serve un sistema integrato di presa in carico, con cure palliative, assistenza domiciliare, servizi omogenei sul territorio e formazione dei professionisti. Per questo sto lavorando a una proposta di legge regionale dedicata alle cure palliative. La civiltà di una comunità si misura da come accompagna le persone più fragili».

Dopo quel voto è finita al centro di una tempesta nel suo partito. Si è sentita sola?
«Sono stati giorni e mesi molto difficili. Ho vissuto un isolamento politico locale e, per le minacce e gli insulti ricevuti, ho dovuto sospendere temporaneamente i miei profili social. Ma la vicinanza delle persone e del gruppo politico che mi è rimasto accanto, mi ha dato la forza di andare avanti senza alimentare polemiche. Con Comunità Democratica, l’associazione nazionale fondata insieme a Graziano Delrio ed altri esponenti, lavoriamo per un Partito Democratico che sia davvero la casa del pluralismo. La mia storia, da assessore, sindaco e consigliere regionale, racconta un impegno costante per la sanità pubblica, le famiglie e le persone più fragili. Non considero questi valori un’alternativa alla sinistra: li considero la sua espressione più autentica. Quel giorno non ho cambiato idea, ho continuato ad essere coerente con la mia storia».

Marianna Montanini

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