Le risorse ci sono ma la Campania amministrata da Vincenzo De Luca non è in grado di spenderle. A rivelarlo sono i numeri del monitoraggio sull’avanzamento della spesa dei fondi condotto dal Ministero dell’economia e delle finanze (Mef) e aggiornato al 31 dicembre scorso: la Campania è riuscita a spendere solo il 33,73% del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr). Superata anche da Calabria e Sicilia, la nostra è fanalino di coda tra le regioni del Mezzogiorno e quartultima in Italia. Pessima performance anche per quanto riguarda la spesa del Fondo sociale europeo (Fse) con una percentuale del 35,1%. A fine 2019 i numeri erano ancora meno confortanti: la spesa della Campania si attestava intorno al 25% per quanto riguarda il Fesr e al 27% per il Fse.

Dovrebbe ricordarlo De Luca, nelle scorse ore impegnato in uno scontro a distanza con il premier Mario Draghi. «Le risorse saranno sempre poche se uno non le usa», aveva detto il presidente del Consiglio replicando a chi lo accusava di aver destinato al Sud “solo” il 40% dei fondi europei in arrivo. Davanti al Senato riunito per la discussione sul Recovery Plan, Draghi aveva aggiunto che «le riforme aiuteranno (a spendere le risorse, ndr), ma c’è una storica inerzia che non è colpevole ma si vede soprattutto nella fase di progettazione» e che «il Governo ha previsto nel Piano nazionale di ripresa e resilienza gruppi di lavoro che possono essere di aiuto in questa fase, se graditi». De Luca, però, non ha gradito: né l’analisi di un Sud incapace di impegnare i fondi disponibili in modo efficiente né l’idea di consulenti chiamati ad aiutare le Regioni a gestire i progetti. Perciò il governatore ha stigmatizzato il mancato «riferimento al divario di spesa storica» da parte di Draghi e ha respinto al mittente «la colpa di non saper progettare e spendere».

Peccato che i numeri inchiodino il presidente della Campania. Oltre le percentuali di avanzamento della spesa dei fondi europei, infatti, c’è da ricordare che, sette anni fa, a Palazzo Santa Lucia furono assegnati finanziamenti per 4,950 miliardi, di cui 3,713 provenienti direttamente dalle casse dell’Unione europea. Di quella somma è stato impegnato il 59,65%, cioè 2,953 miliardi. La spesa effettiva si è fermata a 1,681 miliardi: una cifra irrisoria se si considera la necessità di ridurre il gap tra la Campania e le Regioni del Centro-Nord e di non perdere terreno rispetto alle altre realtà del Mezzogiorno. I dati tratti dal monitoraggio della spesa condotto dal Mef, infatti, rivelano anche come la Puglia sia balzata al terzo posto nella classifica delle Regioni che spendono la maggiore quantità di fondi Fesr (addirittura il 62,68%) e come, sullo stesso fronte, Sicilia e Calabria possano vantare rispettivamente il 37,4 e il 35,35% a fronte del 34 scarso della Campania.

Le risorse ci sono, dunque; ciò che manca è la capacità di programmare la spesa e impegnarli effettivamente in progetti capaci di generare sviluppo. Ed è proprio questo il senso del monito lanciato da Draghi.  Al di là delle polemiche tra De Luca e il Governo nazionale, comunque, restano due certezze: la prima è che ci sono 248 miliardi di euro di fondi di cui l’Italia potrà disporre nei prossimi anni, il 40% dei quali è destinato al Sud; la seconda è che tutto il Mezzogiorno, Campania compresa, dovrà dimostrare di essere in grado di spendere il denaro che riceverà e di portare a termine i progetti ritenuti finanziabili. E proprio sulla spesa in Campania è recentemente intervenuta la Corte dei Conti.

«Il rendiconto della Regione – si legge nella nota – non è in grado di fornire un’informazione completa e trasparente in merito agli effetti dei ritardi nella spesa dei fondi europei e della necessaria riprogrammazione effettuata»: ecco il giudizio espresso dai magistrati contabili sull’ultimo bilancio consuntivo varato da Palazzo Santa Lucia. Tanto che la sezione di controllo presieduta da Marco Catalano ha approvato “con riserva” la parte relativa alle risorse europee, pur riscontrando la  sostanziale “regolarità dei conti”: altri elementi sui quali De Luca è chiamato a riflettere.

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.